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I Papi e la Fao: insieme per gli ultimi della terra

I papi precedenti alla Fao  - ANSA

I papi precedenti alla Fao - ANSA

di Benedetta Capelli

Il rapporto tra i Papi e la Fao è stato fin dalla nascita dell’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, il 16 ottobre 1945 in Canada, all’insegna della vicinanza e della convergenza in particolare sulla lotta alla malnutrizione e alle diseguaglianze. Nel 1951, quando la sede della Fao venne spostata a Roma, il legame si fece più stretto: sono numerosi i messaggi che i Papi hanno inviato nel corso degli anni all’organizzazione Onu e diverse le visite che i Pontefici hanno compiuto.

Il primo a recarsi alla Fao fu Paolo VI, il 16 novembre del 1970, in occasione del 25.mo anno di fondazione dell’organizzazione. Nel suo discorso intenso e profetico c’era tutta la preoccupazione per “una parte sempre più considerevole dell’umanità” che continuava “ad aver fame di pane e di educazione, ad aver sete di dignità”. Evidenziando le convergenze tra la Chiesa e la Fao nell’alleviare “le più grandi miserie e impegnata in una lotta senza quartiere per dare a ciascun uomo di che mangiare per vivere”, Paolo VI ricordava la necessità di “un mutamento radicale nella condotta dell’umanità, se questa vuole esser sicura della sua sopravvivenza”. Allo stesso modo indicava nella carità, intesa come amore  fraterno, “il motore di tutto il progresso sociale”. “Questa parola di amore è la nostra. Noi ve l’affidiamo umilmente come il nostro tesoro più caro, come la lampada della carità, il cui fuoco bruciante – concludeva - divora cuori e la cui fiamma ardente rischiara il cammino della fraternità e guida i nostri passi lungo i sentieri della giustizia e della pace”.

Giovanni Paolo II si recò alla Fao ben tre volte. La prima, il 12 novembre 1979, nel 30.mo anniversario del trasferimento della sede provvisoria da Washington a Roma. Nel suo intervento evidenziò come grazie alla lungimiranza del segretario di Stato mons. Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, venne accordato alla Santa Sede lo status di osservatore permanente, il 23 novembre 1948, vista la concomitanza degli obiettivi. Papa Wojtyla sottolineò la necessità di cambiare passo nella lotta alla malnutrizione. “Forse è bene riconoscere che la fame proviene anche dall’uomo stesso, dalle deficienze dell’organizzazione sociale che ostacola l’iniziativa personale, perfino dal terrore e dall’oppressione di sistemi ideologici e pratiche inumane”. L’invito del Papa fu quello di guardare “all’uomo che soffre, che racchiude in sé delle immense possibilità che bisogna liberare”.

Tredici anni dopo, Giovanni Paolo II intervenne in occasione della “Conferenza Internazionale sulla Nutrizione”. Nel suo discorso esortò la Fao ad ascoltare “le grida di dolore di milioni di persone di fronte allo scandalo provocato dal paradosso dell'abbondanza che costituisce il principale ostacolo alla soluzione del problema della nutrizione dell'umanità”. La via indicata da Giovanni Paolo II fu chiara: “il problema della fame sarà risolto grazie ad uno sviluppo globale”, superando interessi di parte e mettendo in comune le risorse della terra “che il Creatore ha affidato all'umanità intera”.

Quattro anni dopo, nel discorso che fece per l’apertura del Vertice mondiale sull’Alimentazione, ricordò che più di 800milioni di persone ancora soffrivano la fame e che il contrasto ricchezza – povertà era ”insopportabile per l’umanità”. Giovanni Paolo II invocava un cambio di passo nella mentalità e nelle abitudini ma anche “scelte urgenti per permettere di individuare strumenti rilevanti per garantire la sicurezza alimentare, fattore di pace”. La forte richiesta del Papa fu nei confronti delle nazioni di “una consistente riduzione, se non proprio un totale condono, del debito internazionale, che pesa sul destino di molte Nazioni”.

Anche Benedetto XVI si recò alla Fao il 16 novembre 2009, in occasione del Vertice mondiale sulla sicurezza alimentare tenne un discorso nel quale ricordò che c’è cibo a sufficienza per tutti ma è necessario unire gli sforzi per sconfiggere la fame, riconoscendo il valore trascendente della persona. La fame – aveva detto – è il segno più crudele e concreto della povertà. Non è possibile continuare ad accettare opulenza e spreco, quando il dramma della fame assume dimensioni sempre maggiori”. Necessaria una conversione del cuore, “un cambiamento negli stili di vita personali e comunitari, nei consumi e negli effettivi bisogni, ma soprattutto è necessario – aveva detto Benedetto XVI - avere presente quel dovere morale di distinguere nelle azioni umane il bene dal male per riscoprire così i legami di comunione che uniscono la persona e il creato”.

Il 20 novembre 2014, Francesco è intervenuto alla Conferenza internazionale sulla nutrizione, incentrando il suo lungo discorso  sulla persona che ha fame che “ci chiede dignità, non elemosina”. Forte il suo invito a riscoprire la solidarietà tra gli uomini, “il sentimento di fratellanza” che spinge a cercare il bene comune. “Nessun sistema di discriminazione, di fatto o di diritto, vincolato alla capacità di accesso al mercato degli alimenti, deve essere preso come modello delle azioni internazionali che si propongono di eliminare la fame”.