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Brasile: missionari denunciano violenze contro popoli indigeni

Un indigeno ferito dai latifondisti brasiliani - AFP

Un indigeno ferito dai latifondisti brasiliani - AFP

Crescono le violenze contro i popoli indigeni in Brasile. È quanto emerge dall’ultimo rapporto annuale del Consiglio Indigenista Missionario (Cimi), organo legato alla Conferenza episcopale brasiliana (Cnbb). Secondo il rapporto, presentato nei giorni scorsi a Brasilia, nel 2016 tra le popolazioni indie si sono verificati 118 omicidi, 106 suicidi e 735 casi di mortalità infantile.

Cifre eloquenti che parlano di un fallimento dello Stato nella protezione delle minoranze etniche, esposte all’accaparramento delle terre da parte dei latifondisti e dell’agroindustria, i cui interessi sono oggi protetti dai cosiddetti “ruralisti” che controllano il Parlamento di Brasilia. In questo senso si è espresso il presidente del Cimi, mons. Roque Paloshi, arcivescovo di Porto Velho, in Amazzonia.

Secondo il presule, oltre al razzismo ancora diffuso della società brasiliana, è l’intolleranza istigata pubblicamente da numerosi rappresentanti delle istituzioni ad esporre i popoli indigeni alle minacce che a loro volta alimenta aggressioni sempre più brutali. Queste persone che disprezzano i diritti costituzionali delle popolazioni native - denuncia l’arcivescovo - incoraggiano deliberatamente gli agricoltori a ricorrere ad ogni mezzo per ostacolare le iniziative di queste comunità, spogliate dei loro beni e calpestate nei loro diritti.

Il rapporto denuncia anche la drastica riduzione degli stanziamenti alla Fondazione nazionale dell’Indiano (Funai), organismo pubblico, incaricato di difendere i diritti delle popolazioni indigene garantiti dalla Costituzione del 1988, e all’Istituto nazionale della colonizzazione e della riforma agraria (Incra), incaricato di ridistribuire le terre occupate abusivamente, ai piccoli contadini e alle comunità native.

Altro tasto dolente e nodo irrisolto richiamato dal Cimi è l’annosa questione della demarcazione delle terre indigene tradizionali, che avrebbero dovuto essere delimitate già nel 1993, ma che è da sempre osteggiata dai poteri forti in Brasile. Anche su questo fronte – evidenzia il rapporto - la situazione del 2016 è stata peggiore. Se dal 2015 al 2016 le domande sono salite da 1.113 a 1.296, il numero di terre per le quali è stato avviato il processo di demarcazione è di appena il 30,9% e le procedure amministrative vanno a rilento. Dall’insediamento del nuovo Presidente brasiliano Michel Temer (il 31 agosto 2016), rilevano gli autori del rapporto, nessuna terra è stata demarcata.

Ma a preoccupare il Cimi, oltre al numero di omicidi e suicidi (concentrati in particolare nelle regioni del Mato Grosso del Sud e dell’Amazzonia), è il significativo aumento delle morti infantili: più 23% rispetto al 2015. Si tratta di morti per malattie perfettamente curabili, come la polmonite e gastro-enterite, evidenzia il rapporto secondo il quale questa situazione è il risultato dell’inefficienza delle strutture sanitarie regionali alle quali è affidata l’assistenza di queste popolazioni, (Dsei), soprattutto nelle aree più remote dell’Amazzonia. Crescono poi le violenze intercomunitarie, sintomo di una progressiva destrutturazione delle comunità.

Anche per Cleber Cézar Buzatto, segretario esecutivo del Cimi, le violazioni dei diritti e le violenze sono una conseguenza diretta delle politiche incostituzionali dello Stato brasiliano verso i popoli autoctoni. Buzatto punta il dito anche contro il tentativo di imporre l’ideologia sostenuta dall’attuale Esecutivo di “un solo Paese per un solo popolo”.

Altro punto sollevato dal rapporto del Cimi è infine la difficoltà di ottenere dagli organismi competenti dati precisi sulle violenze contro gli indigeni che permetterebbero un’analisi più approfondita sugli autori e i loro moventi. (A cura di Lisa Zengarini)