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Mons. Jurkovič all'Onu: sostegno a Paesi che accolgono i rifugiati

Mons. Ivan Jurkovic, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite e le altre organizzazioni internazionali, a Ginevra - RV

Mons. Ivan Jurkovic, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite e le altre organizzazioni internazionali, a Ginevra - RV

di Roberta Gisotti

Appello dell’arcivescovo Ivan Jurkovič alla comunità internazionale perché prontamente e in modo tangibile sostenga i Paesi che hanno mantenuto aperti i loro confini e cuori  per accogliere i rifugiati, offrendo “risposte generose e ammirevoli, a dispetto delle proprie difficoltà”.  “Senza questa solidarietà – ha sottolineato il presule – sarebbe impossibile assicurare quanto prescrive la Convenzione internazionale sullo status di rifugiato: ovvero “il più ampio esercizio dei loro fondamentali diritti e libertà” di cui sono depositari.

Mons. Jurkovič, osservatore permanente della Santa Sede presso l’Onu e le altre organizzazioni internazionali a Ginevra, è intervenuto ieri nel dibattito “Per un Impatto globale sui rifugiati”, rispondendo all’interrogativo: “Come supportare gli Stati nel ricevere un più largo numero di rifugiati in modo sicuro e dignitoso?”

Se “la Convenzione di Ginevra del 1951 – ha sostenuto il presule - afferma chiaramente che i rifugiati sono una responsabilità comune”, la comunità internazionale deve “sobbarcarsi collettivamente” la loro assistenza, distribuendo le risorse finanziarie per lo sviluppo da parte delle istituzioni internazionali, considerando in particolare “i Paesi che ospitano i rifugiati, per i progetti che beneficano i rifugiati ma anche premiano la generosità della comunità e famiglie locali”. “Dopo tutto – ha sottolineato mons. Jurkovič – questi sono ‘investimenti’ in umanità e pace nell’interesse del bene comune.”

Allo stesso tempo – ha ammonito il rappresentante vaticano – una migliore gestione dei flussi migratori, non diventi il pretesto per ‘subappaltare’ la responsabilità di proteggere i rifugiati ad alcuni Paesi “semplicemente per la loro prossimità geografica ad aree instabili”. Né sia “una giustificazione per il ‘contenimento dei movimenti di rifugiati”, anziché davvero “espressione di una genuina cooperazione e solidarietà internazionali”.