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I capolavori di Monet in mostra a Roma

Al Complesso del Vittoriano di Roma la mostra dedicata a Claude Monet - RV

Al Complesso del Vittoriano di Roma la mostra dedicata a Claude Monet - RV

di Paolo Ondarza

Non un pittore, ma un cacciatore di impressioni. Lo scrittore francese Guy De Maupassant definiva così l’amico Claude Monet. Agli occhi del pittore ogni mutamento, seppur minimo, della luce e degli effetti di questa sugli elementi della natura era motivo di ispirazione. Le vibranti pennellate, talvolta leggere, in altri casi corpose e dense di colore, con le quali l’artista registrava anche le minime variazioni atmosferiche sono in mostra al Complesso del Vittoriano a Roma da oggi, 19 ottobre, fino al prossimo 11 febbraio 2018.

Le 57 opere in mostra, tutte provenienti dal Musèe Marmottan Monet di Parigi sono quelle alle quali il pittore era maggiormente affezionato: le custodiva infatti gelosamente nella sua dimora di Giverny. E’ questo un aspetto che rende speciale l’esposizione, spiega la curatrice Marianne Mathieu, vicedirettore del Musée Marmottan: “Visitare questa mostra – aggiunge – significa seguire l’evoluzione dell’opera di Monet da prima degli  anni 70, epoca della prima mostra impressionista, al 1926, anno della morte, attraverso i quadri che lui prediligeva”. Si va dalle caricature giovanili della borghesia parigina ai celebri ritratti di famiglia come quelli al figlio Michel, dalle vedute di Londra allo studio dei fiori, fino alle celeberrime ninfee o al ponticello giapponese.

C’è un filo rosso che lega tutte le opere esposte – commenta Marianne Mathieu – tutte infatti pur diverse nel soggetto e nella tecnica -  prima squisitamente impressionista, sul finire più vicine all’astrattismo contemporaneo -  rivelano il rigore dell’artista nel non volersi fermare a riprodurre solo oggetti, ma la luce e lo spazio”. Luce e spazio sembrano andare oltre la tela nel grande quadro che campeggia sul manifesto della mostra. Il soggetto sono le amate ninfee rosa, circondate dai riflessi viola e verdi sull’acqua.

“Monet – ci racconta ancora Marianne Mathieu -  voleva che lo spettatore avesse un’esperienza non solo visiva, ma fisica. E’ un quadro che non sembra avere ne’ un inizio, ne’ una fine. L’immensità avvolge un soggetto tanto piccolo come un fiore. Sembra quasi voler suggerire qualcosa di spirituale: un legame tra micro e macrocosmo”. “Sono in estasi”, diceva Monet quando contemplava le rose, i salici o i glicini del suo amato giardino a Giverny, da lui definito “l’opera più bella che abbia mai creato”. E sulla spiritualità di Claude Monet la curatrice ricorda come ogni sua opera rappresenti un invito alla meditazione e alla contemplazione.

“Non è il soggetto che conta, ma il modo in cui il pittore lo rappresenta”, quasi cercandone un significato trascendente. “Questi paesaggi d’acqua e i riflessi  – annotava Monet in età avanzata  - sono diventati un’ossessione. Vanno al di là delle mie forze di vecchio, ma voglio comunque riuscire a rendere ciò che sento. Distruggo, ricomincio e spero che tra tanti sforzi riuscirà qualcosa di buono”. Una mostra a Roma vuol dire un ritorno in Italia per Monet che, assiduo viaggiatore attraverso l’Europa, in compagnia di Renoir o altri amici, non trascurò di visitare la Liguria e, sulle orme di Turner, Venezia. La Laguna con la sua luminosità e riflessi cromatici ineguagliabili fu fonte di grande suggestione per il pennello del francese abituato alla luce del nord. L’esposizione romana infine propone la rimaterializzazione, grazie alle più moderne teconologie, delle Ninfee del Museum of Modern Art di New York, distrutte nel rogo del 1958. In mostra anche tavolozza, pipa e occhiali del pittore che ha dato il nome alla rivoluzione dell’impressionismo francese.  

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