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Messa di mons. Viganò all'Ambasciata d'Italia in memoria di San Carlo

Mons. Dario E. Viganò - ANSA

Mons. Dario E. Viganò - ANSA

di Roberto Piermarini

Questa mattina il Prefetto della Segreteria per la Comunicazione, mons. Dario Edoardo Viganò ha celebrato la Messa all’Ambasciata d'Italia presso la Santa Sede che si trova a Palazzo Borromeo, dove visse da giovane San Carlo. Una Messa nella memoria dello stesso Santo – la cui festa è stata celebrata il 4 novembre scorso - per il personale dell'Ambasciata.

 “In questa  celebrazione ci accompagni e ci assista il Santo vescovo Carlo Borromeo, che qui visse da giovane, pastore che si consumò per il bene del suo popolo difendendolo dai soprusi dei prepotenti e dalle ingiustizie dei potenti. Abbiatelo come costante protettore e come modello a cui ispirarvi nello svolgimento dei vostri quotidiani compiti”. Ha esordito così nella sua omelia mons. Viganò il quale prendendo spunto dalla prima Lettera di san Paolo apostolo ai Romani ha detto Dio è fedele alle sue promesse e manterrà questa fedeltà nei secoli.

Il Prefetto del dicastero della comunicazione vaticana ha poi ripreso una riflessione di Papa Francesco in un omelia a Casa Santa Marta. «Il Signore non ci salva con una lettera, con un decreto, ma ci ha salvato e continua a salvarci con il suo amore, restituendo agli uomini dignità e speranza, attraverso il suo Figlio unigenito che si è fatto uno di noi, ha camminato con noi. Questa è la strada della salvezza, - affermava il Papa - e questo è bello: lo fa l’amore soltanto. Accade tuttavia che a volte noi vogliamo salvare noi stessi e crediamo di farcela. “Io salvo me stesso!”. Quella salvezza non va, è una salvezza provvisoria, una salvezza apparente, come quelle volte in cui ci illudiamo di salvarci con la vanità, con l’orgoglio, credendoci «potenti, mascherando la nostra povertà, i nostri peccati con la vanità, l’orgoglio: tutte cose che finiscono, mentre la vera salvezza ha a che fare con la dignità e la speranza ricevute grazie all’amore di Dio. Facciamo, allora un atto di fede, dicendo: «Signore, io credo. Credo nel Tuo amore. Credo che il Tuo amore mi abbia salvato. Credo che il Tuo amore mi abbia dato quella dignità che non avevo”.

Mons Viganò ha poi commentato le parole del Vangelo quando il Signore afferma che “chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”. “Chi, presuntuosamente, non riconosce il primo posto a Dio, perché non lo ritiene Signore della propria vita è destinato a trovarsi fuori posto, a dover retrocedere. Chi, invece, attribuisce a Dio il primo posto, perché lo dichiara Signore della propria vita non potrà sbagliare, perché la consapevolezza della grandezza di Dio gli darà sempre le dimensioni di se stesso”.

“Il credere e accogliere queste verità, però - ha sottolineato mons. Viganò - non è sufficiente, ci è chiesto l’impegno della testimonianza, ognuno nella funzione e nella responsabilità a cui si trova a rispondere. Nel proprio compito istituzionale non si smarrisca mai il bene della persona, la sua dignità, il riconoscimento delle sue fragilità e la difesa dei suoi diritti. Nel rispetto delle norme, delle istituzioni e degli organismi nei quali operiamo non venga mai meno il primato della persona.

Infine, al termine della sua omelia, ha citato una preghiera di San Carlo Borromeo: “O Gesù dolcissimo, amico affettuoso, fratello, sposo, è mai possibile che ci sia chi non è commosso dalle tue parole e non si intenerisce vedendo le tue ferite e il tuo sangue? Come posso permettere che tu bussi più a lungo? Entra, entra nella tua casa, nella tua stanza: aspergimi, lavami, inebriami con il tuo sangue, perché io stia sempre con te e non mi allontani mai più”.