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P. Bossi: nessuna riparazione per il disastro minerario in Brasile

Il villaggio di Bento Rodrigues in Brasile - AFP

Il villaggio di Bento Rodrigues in Brasile - AFP

di Adriana Masotti

 

Due anni fa, il 5 novembre 2015, il crollo di una diga presso il villaggio di Bento Rodrigues, contenente vari milioni di rifiuti tossici da operazioni minerarie, generò il peggior disastro ambientale della storia del Brasile.

A causa del cedimento, un flusso inarrestabile di fango ferroso contaminato da arsenico, piombo, cromo e altri metalli pesanti invadeva la città di Mariana, vicina al villaggio, e da qui le altre località circostanti dello stato di Minas Gerais, riversandosi poi nel fiume Rio Doce. Per circa 600 chilometri le sue acque vennero contaminate finché il fango tossico, il 22 novembre, giunse all’Oceano Atlantico, causando un inquinamento tale da richiedere circa 100 anni per essere smaltito.  Lungo il percorso foreste, campi, case, tutto venne ricoperto. In 250 mila rimasero senza acqua potabile. 19 persone morirono. Altre centinaia furono evacuate e sono ancora senza una casa.

La ditta che gestisce la diga è la Samarco Mineracao Sa, controllata da due colossi delle miniere, la anglo-australiana Bhp Billiton e la brasiliana Vale. Le indagini effettuate dimostrarono la loro totale irresponsabilità e impreparazione: nessun piano di evacuazione, nessun protocollo su come gestire un’emergenza, neppure il suono di una sirena. 

A due anni di distanza tutto è fermo: “Di fronte a questo disastro, a questo crimine, non c’è ancora stata riparazione - denuncia padre Dario Bossi, missionario comboniano in Brasile e uno dei coordinatori della rete continentale latinoamericana  Iglesias y Minerìa - le multe non sono state pagate. E la bonifica dell’area è stata finora ampiamente inadeguata”.

Subito dopo l’incidente le autorità brasiliane avevano assicurato che i responsabili sarebbero stati condannati a multe salate e che avrebbero pagato per le operazioni di pulizia, per l’approvvigionamento dell’acqua e per i risarcimenti.

Alle popolazioni colpite dal disastro minerario, sono stati sempre vicini i missionari e la Chiesa locale. Nel secondo anniversario la rete Iglesias y Minería ha promosso proprio a Mariana un incontro di tre giorni sul tema: “Ecoteologia e attività mineraria, la spiritualità, la resistenza e le alternative in difesa dei territori”.  Per richiamare l’attenzione su quanto accaduto, ma anche su altre situazioni a rischio nello stato brasiliano. 

Il disastro di Mariana – afferma ancora padre Bossi -  dimostra che l’attività mineraria indiscriminata “uccide, è insostenibile e che l’annunciata preoccupazione sociale e ambientale di molte aziende minerarie si rivela essere un’ipocrisia”. 

All' incontro che si conclude oggi e che ha avuto come punto di riferimento l’enciclica di Papa Francesco “Laudato sì”, hanno partecipato circa 50 persone tra operatori pastorali, teologi, attivisti ed esperti di aree minerarie e rappresentanti delle popolazioni indigene. In questi giorni si è riflettuto, pregato e lavorato – sottolinea padre Bossi - per “rafforzare le capacità di resistenza e per creare alternative all’attuale devastazione ambientale e sociale”.

Ascolta la testimonianza di padre Dario Bossi: