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“E adesso vado al Max”: in un libro, una madre racconta 10 anni di coma del figlio


Ha le caratteristiche di un miracolo quello vissuto da Massimiliano Tresoldi, che ha riaperto gli occhi dopo dieci anni in stato vegetativo in seguito ad un incidente in autostrada. Un grande sonno da cui, a detta dei medici, non si sarebbe più svegliato. Un caso rarissimo, un messaggio di speranza che sua madre, Lucrezia Povia Tresoldi, con Lucia Bellaspiga e Pino Ciociola, ha raccolto in un libro dal titolo “E adesso vado al Max”, edito dalle edizioni “àncora”. Alessandra De Gaetano l’ha intervistata:RealAudioMP3

R. – Massimiliano, in pratica, ha vissuto quasi dieci anni in stato vegetativo. Io ero abituata, mettendolo a letto, a tirare su il suo braccio e a fargli fare il segno della croce; poi dicevo le preghiere. Ma il 28 dicembre del 2000 ho detto: “Guarda, se vuoi fare il segno della croce e vuoi pregare, arrangiati, perché io non ce la faccio, sono troppo stanca!”. In quell’istante Massimiliano ha tirato su il braccio e si è segnato, facendosi il segno della croce, da solo. E’ quel segno lì è stato proprio il ritornare alla vita.

D. – Lei sapeva che lui percepiva e lo scrive anche nel suo libro: che Max durante il coma sentiva tutto ciò che gli accadeva intorno...

R. – Sì, io questo l’ho percepito sempre, sin dal primo momento. Quando Massimiliano era in ospedale, nel momento in cui mettevo piede nella sua stanza, parlavo di tutto, chiedendogli se aveva mangiato, dormito, facendogli tante domande e aspettandomi sempre una risposta. Dopo il suo risveglio, quando gli abbiamo fatto determinate domande e parlavamo, lui diceva con la mano: “Stai calma mamma, che io ti dico”. Mi diceva cose con l’alfabeto muto che nemmeno ricordavo, come il fatto di avere chiamato al telefono una signora, di cui ricordava anche il nome. Lui c’era sempre stato.

D. – Dopo il risveglio, lui cosa ha raccontato?

R. – Ci ha fatto capire chiaramente con i suoi gesti – perché dopo il risveglio ha cominciato a comunicare con l’alfabeto muto – che lui capiva e sentiva tutto, ma non poteva muovere niente.

D. – Lei è una mamma abituata a lottare e nel libro parla del rispetto della vita di ogni uomo. Cos’è che l’ha spinta a curare suo figlio in casa?

R. – Quando appunto ho visto che mio figlio in ospedale aveva troppa paura. Dentro di me ce l’avevo anch’io questa paura e ogni volta che squillava il telefono dicevo: “Oddio, mi chiamano perché è morto”. Allora ho detto: “Portiamo a casa Massimiliano”. E ho formato questo gruppo di amici di mia figlia e amici di Massimiliano. Una volta portato a casa, gli ho staccato il sondino e l’ho riconsegnato all’ospedale. Quando lo abbiamo messo a letto – in una casa piena di parenti e amici - gli abbiamo detto: “Massimiliano, stai tranquillo, ora ci siamo noi”. E piano, piano abbiamo cominciato, cucchiaino dopo cucchiaino ad alimentarlo, fino a portarlo ad una condizione migliore.

D. – Suo figlio, per dieci anni, è stato tra la vita e la morte, cosa le ha dato la forza di continuare a sperare?

R. – Mio figlio ha avuto l’incidente il 15 agosto ed è nato l’8 settembre. Quindi, ho detto: “Qui c’è di mezzo Lei: c’è di mezzo Maria”. Mi sono rivolta a Lei dicendo: “Io affido a te mio figlio, perché l’hai salvato e c’è un progetto”.

D. – La sua storia e il suo legame con suo figlio Massimiliano rappresentano anche un segno di speranza per le madri ed i figli che si trovano appunto in stato vegetativo. Cosa si sente di dire a queste donne?

R. – Di continuare a lottare, di portarli a casa e non trattarli come malati, di curarli come persone normali. (ap)