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"O Viveiro", centro per bambine orfane in Mozambico: intervista con Flaminia Giovanelli


A 20 anni dalla fine della guerra civile, grazie agli Accordi di Roma del 4 ottobre 1992, il Mozambico continua a svilupparsi, crescendo a un tasso dell'8%. Ma tante restano le problematiche e le sacche di povertà. Per far fronte a queste sfide, 5 anni fa nasceva a Chitima, nel Nord-Est del Paese, il Centro di accoglienza "O Viveiro" per bambine orfane. Fausta Speranza ne ha parlato con Flaminia Giovanelli, sottosegretario del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, tra i primi sostenitori del progetto che segue personalmente recandosi spesso in Mozambico:RealAudioMP3

R. - I frutti li possiamo vedere nei visi delle bambine, in questa gioia che loro sprizzano e questo desiderio di apprendere. È un progetto di solidarietà, di amicizia, di fraternità e devo dire anche di maternità spirituale, per offrire la possibilità a queste bambine di continuare nella loro formazione scolastica. Le bambine nel nostro centro sono accolte ed hanno un supplemento di formazione oltre i corsi scolastici, per esempio dal punto di vista sanitario. E poi abbiamo messo in piedi un orto e stanno anche imparando a commercializzare i prodotti dell’orto e poi ci sono le lezioni di cucito.

D. - Proviamo a raccontarlo nel concreto. Quante bambine ci sono nel centro?

R. - Attualmente 21 bambine. Il centro è nato dall’iniziativa di una coppia di sposi mozambicani, che sono ormai un po’ attempati ma molto molto validi e veramente molto bravi. Loro hanno avuto cinque figli, poi mano a mano hanno cominciato ad accogliere dei bambini - purtroppo conosciamo la realtà del Mozambico con la guerra civile, bimbi abbandonati anche a causa della povertà, questi bambini si trovano spesso con un genitore solo e quasi sempre è una donna - quindi, questa coppia accoglieva mano a mano questi bambini, poi un sacerdote amico della coppia ci ha chiesto aiuto per costruire qualcosa di più strutturato.

D. - A 20 anni dagli accordi di pace in Mozambico c’è un bilancio da fare: a livello umanitario la situazione del Paese, in qualche modo, sarà probabilmente migliorata però ci sono ancora conseguenze pesanti?

R. - Le conseguenze ancora ci sono, purtroppo lo sappiamo che la guerra non è soltanto i morti che lascia sul campo, ma anche le ferite negli animi, nella psicologia delle persone. In più, purtroppo, c’è un’arretratezza specialmente nella zona dove siamo noi: un’arretratezza di strutture, una inesistenza di strutture. Pensiamo alla problematica dell’acqua che interessa tutto il mondo. Ecco se pensiamo all’acqua, dobbiamo dire che il centro sorge in un comune dove ci sono più o meno 50 mila persone - vivono in casupole sparse - e le persone per avere l’acqua fanno dei buchi nel fiume, che 10 mesi su 12 è secco, e lì trovano l’acqua con cui si lavano, bevono, cucinano ed in questa stessa acqua si abbeverano anche gli animali. Eppure il centro di Chitima sorge a 20 chilometri da Songo, la cittadina in cui si trova una delle centrali idroelettriche più grandi - quella di Cabora Bassa - che si trova in Africa. Questo già fa capire che il problema dell’acqua è gravissimo dovunque, ma lì si tocca veramente con mano.

D. - Che dire delle istituzioni locali? Hanno collaborato al progetto, partecipano, lo sostengono?

R. - Mediamente senz’altro sì. Abbiamo dei contatti anche con il governatore, che l’anno scorso è venuto ad inaugurare i corsi a novembre; quest’anno nel mese di luglio è venuta a visitare il centro la segretaria del distretto. Certo, però, fare qualcosa concretamente prende tanto tanto tempo dovunque, lì in Africa ancora di più. Noi abbiamo cheisto se non ci fosse un progetto per l’acquedotto e ci hanno risposto che c’è un progetto “faraonico”. In realtà portare l’acqua è difficile, ma non è nulla di insuperabile perché i chilometri sono 20. Però certamente è un progetto costoso. E poi pare che ci sia anche un altro progetto fatto dal distretto ma che ancora non si concretizza.