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A Bologna finanziamenti a scuole paritarie. Zamagni: sono loro che finanziano lo Stato


Il 26 maggio prossimo, i bolognesi saranno chiamati a votare un referendum consultivo che chiede ai soli elettori del Comune se confermare o meno le "risorse finanziarie pubbliche che vengono erogate alle scuole d'infanzia paritarie a gestione privata". Da una parte, si confrontano i referendari del "Nuovo comitato articolo 33," schierati per la revoca di tutte le convenzioni, rafforzati da Sel e da singoli esponenti della base del Movimento 5 Stelle. Dall'altra, il "Comitato per il referendum", guidato dall'economista bolognese, Stefano Zamagni, appoggiato dal laicato cattolico con la Federazione locale delle Scuole materne, la Fism, e da Pd e Pdl. Il Movimento 5 Stelle non si è ancora pronunciato ufficialmente. Al microfono di Luca Collodi, lo stesso Zamagni spiega le ragioni del referendumRealAudioMP3

R. – I referendari sono certo in buona fede, ma hanno impostato la loro campagna sulla non conoscenza dei fatti. Le scuole di cui si parla non sono le scuole private, ma si tratta di scuole paritarie ex-lege ’62 del 2000, la legge Berlinguer. Quindi, le scuole paritarie fanno parte del sistema pubblico integrato, il quale ha tre pilastri: le scuole statali, le scuole comunali e le scuole paritarie. La prima menzogna da sfatare è che si tratti di scuole private: le scuole private esistono, ma sono un’altra cosa, non sono queste oggetto del referendum. Seconda osservazione: coloro che hanno indetto il referendum fanno appello all’articolo 33 della Costituzione, laddove si dice che i soggetti privati sono liberi di istituire scuole senza oneri per lo Stato. Qui però non si tratta di istituire niente, perché queste scuole paritarie esistono già da decenni. Inoltre - la dicitura "senza oneri per lo Stato" sta a significare che lo Stato, o l’ente pubblico, non deve caricarsi di un peso. Ma qiamo di fronte al caso diametralmente opposto, perché il Comune di Bologna versa alle 27 scuole paritarie un milione di euro all’anno e riceve dalle stesse sei milioni, cioè dei servizi - stiamo parlando di scuole materne - che se venissero gestiti dal Comune costerebbero sei milioni. Allora, dov’è l’onere per lo Stato o in questo caso per il Comune? E’ vero il contrario: è vero che è la società civile organizzata a finanziare il comune. Ecco perché il Pd ha approvato 10 giorni fa una delibera in cui si dichiara contro le richieste dei referendari e nel Comitato che io presiedo ci sono ex componenti delle giunte precedenti, ad esempio il sindaco Vitali, che è quello che fece nascere a Bologna il sistema pubblico integrato, così come Bersani, allora governatore dell’Emilia Romagna, lo estese a tutta la regione: il sindaco Vitali, lo fece per primo, un anno prima della Regione, precisamente un anno prima del 1994 a Bologna.

D. - Si tratta di un referendum che andrebbe a colpire una fascia di popolazione dove lo Stato in difficoltà… Spesso molte famiglie sono costrette a rivolgersi alle scuole paritarie proprio perché non ci sono posti nelle scuole pubbliche…

R. – Il dato che può interessare gli ascoltatori è che le 27 scuole materne a Bologna ospitano 1.736 bambini i cui genitori o lavorano entrambi o avrebbero difficoltà a tenerli in casa. Se dunque il comune di Bologna quel milione che dà come contributo molto parziale alle materne lo usasse per finanziare propri posti nelle proprie materne, potrebbe a conti fatti - dato il costo medio - generare non più di 150 posti. Allora, proviamo a togliere 150 da 1.736: quello che succederebbe è che le liste di attesa si allungherebbero enormemente.