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Intenso e gioioso dialogo del Papa con i giovani delle scuole dei Gesuiti


Clima di gioia, semplicità e affetto nell’incontro del Papa con i giovani delle Scuole dei Gesuiti nell’Aula Paolo VI in Vaticano. Io ho preparato un testo – ha detto il Papa – “ma sono cinque pagine! Un po’ noioso … Facciamo una cosa: io farò un piccolo riassunto e poi consegnerò questo, per iscritto, al padre provinciale e lo darò al padre Lombardi, perché tutti voi lo abbiate per iscritto. E poi, c’è la possibilità che alcuni di voi facciano una domanda, e possiamo fare un piccolo dialogo”. Primo punto di questo testo – ha detto - è che “nell’educazione che diamo ai Gesuiti il punto chiave è, per il nostro sviluppo di persona, la magnanimità. Noi dobbiamo essere magnanimi, con il cuore grande, senza paura. Scommettere sempre sui grandi ideali. Ma anche magnanimità con le cose piccole, con le cose quotidiane. Il cuore largo, il cuore grande … E questa magnanimità è importante trovarla con Gesù, nella contemplazione di Gesù. Gesù è quello che ci apre le finestre all’orizzonte. Magnanimità significa camminare con Gesù, con il cuore attento a quello che Gesù ci dice. Anche su questa strada vorrei dire qualcosa agli educatori, agli operatori nelle scuole, e ai genitori”. Nell’educare – ha detto - occorre “bilanciare bene i passi. Un passo fermo sulla cornice della sicurezza, ma l’altro andando nella zona a rischio”. “Non si può educare soltanto nella zona di sicurezza: soltanto, no. Quello è impedire che le personalità crescano. Ma neppure si può educare soltanto nella zona di rischio: quello è troppo pericoloso”. Questo equilibrio dei passi – ha detto – “ricordatelo bene”.

Poi ha proseguito: “Siamo arrivati all’ultima pagina … E a voi, educatori, anche voglio incoraggiarvi a cercare nuove forme di educazione non convenzionali, secondo la necessità di luoghi, tempi e persone. Questo è importante, nella nostra spiritualità ignaziana”: “cercare nuove forme secondo i luoghi, i tempi e le persone. Vi incoraggio su questo”. Quindi è iniziato il dialogo con i ragazzi che hanno posto alcune domande.
Un ragazzo gli ha chiesto parole di sostegno per la sua crescita, a volte tra i dubbi. “Camminare è un’arte – ha risposto il Papa - perché se sempre camminiamo in fretta ci stanchiamo e non possiamo arrivare alla fine, alla fine del cammino. Invece, se ci fermiamo e non camminiamo, neppure arriviamo alla fine. Camminare è proprio l’arte di guardare l’orizzonte, pensare dove io voglio andare ma anche sopportare la stanchezza del cammino. E tante volte, il cammino è difficile, non è facile. ‘Ma, io voglio restare fedele a questo cammino, ma non è facile’ … senti: c’è il buio, ci sono giornate di buio, anche giornate di fallimento, anche qualche giornata di caduta … Uno cade, cade… Ma pensate sempre questo: non abbiate paura dei fallimenti. Non avere paura delle cadute. Nell’arte di camminare, quello che importa non è di non cadere, ma di non rimanere caduti. Alzarsi presto, subito, e continuare ad andare. E questo è bello: questo è lavorare tutti i giorni, questo è camminare umanamente. Ma anche, è brutto camminare da soli: brutto e noioso. Camminare in comunità con gli amici, con quelli che ci vogliono bene: questo ci aiuta, ci aiuta ad arrivare proprio alla fine” laddove “noi dobbiamo arrivare”.

Una ragazza gli ha chiesto se continua a vedere i suoi amici. “Ma, io sono Papa da due mesi e mezzo – ha risposto - I miei amici sono a 14 ore di aereo da qui, no?, sono lontani. Ma voglio dirti una cosa: sono venuti tre, di loro, a trovarmi e a salutarmi, e li vedo, e mi scrivono, e voglio loro tanto bene. Non si può vivere senza amici: questo è importante”.

Un altro ragazzo ha chiesto se voleva diventare Papa. “Ma, tu sai che cosa significa che una persona non si vuole tanto bene” – ha risposto il Papa – “Una persona che vuole fare il Papa – ha detto - non vuole bene a se stessa”. “No, io non ho voluto fare il Papa”.

Un’altra ragazza gli ha chiesto cosa l’abbia spinto ad essere Gesuita. “Quello che più mi è piaciuto della Compagnia – ha risposto il Papa - è la missionarietà, e volevo diventare missionario. E quando io studiavo filosofia, ho scritto” al preposito generale padre Arrupe “perché mi mandasse, mi inviasse in Giappone o da un’altra parte. Ma lui ha pensato bene e mi ha detto, con tanta carità: ‘Ma lei ha avuto una malattia al polmone, quello non è tanto buono per un lavoro tanto forte’, e sono rimasto a Buenos Aires. Ma è stato tanto buono, il Padre Arrupe, perché non ha detto: ‘Ma, lei non è tanto santo per diventare missionario’: era buono, aveva carità, eh? E quello che mi ha dato tanta forza per diventare Gesuita è la missionarietà: andare fuori, andare alle missioni ad annunziare Gesù Cristo. Credo che questo sia proprio della nostra spiritualità, andare fuori, andare alle missioni ad annunziare Gesù Cristo. Credo che questo sia proprio della nostra spiritualità, andare fuori, uscire: uscire sempre per annunziare Gesù Cristo, e non rimanere un po’ chiusi nelle nostre strutture, tante volte strutture caduche, no? E’ quello che mi ha mosso”.

Un’altra ragazza gli ha chiesto perché abbia rinunciato ad andare a risiedere nel Palazzo apostolico scegliendo Santa Marta e ad una macchina grande: una rinuncia alla ricchezza? “Ma, credo che non è soltanto una cosa di ricchezza – ha risposto il Papa - Per me è un problema di personalità”. “Io – ha detto - ho necessità di vivere fra la gente, e se io vivessi solo, forse un po’ isolato, non mi farebbe bene. Ma questa domanda me l’ha fatta un professore: ‘Ma perché lei non va ad abitare là?’. Io ho risposto: ‘Ma, senta, professore: per motivi psichiatrici’, eh? Perché … è la mia personalità. Anche l’appartamento, quello non è tanto lussuoso, tranquilla. Ma non posso vivere da solo, capisci? E poi, credo, che sì, i tempi ci parlano di tanta povertà, nel mondo, e questo è uno scandalo. La povertà del mondo è uno scandalo. In un mondo dove ci sono tante, tante ricchezze, tante risorse per dare da mangiare a tutti, non si può capire come ci siano tanti bambini affamati, ci siano tanti bambini senza educazione, tanti poveri. La povertà, oggi, è un grido. Tutti noi dobbiamo pensare se possiamo diventare un po’ più poveri: anche questo, tutti lo dobbiamo fare”. Quindi porsi la domanda: “Ma, come io posso diventare un po’ più povero per assomigliare meglio a Gesù, che era il Maestro povero?”. Dunque, ha ripreso il Papa “non è un problema di virtù mia personale, è soltanto che io non posso vivere da solo” e la questione della macchina – ha concluso – è il fatto di “non avere tante cose e diventare un po’ più povero”.

Un giovane gli ha chiesto se sia stato difficile a diventare Gesuita lasciando la famiglia, gli amici …. “Sempre è difficile: sempre – ha risposto il Papa - Per me è stato difficile. Non è facile. Ma, ci sono momenti belli, e Gesù ti aiuta, ti da un po’ di gioia. Ma ci sono momenti difficili, dove tu ti senti solo, ti senti secco, senza gioia interiore … Ci sono momenti oscuri, di buio interiore. Ci sono difficoltà. Ma è tanto bello seguire Gesù, andare sulla strada di Gesù” e “poi arrivano momenti più belli. Ma nessuno deve pensare che nella vita non ci saranno le difficoltà”. Certo non è facile, ma “dobbiamo andare avanti con forza e con fiducia nel Signore: con il Signore, tutto si può”.

Una giovane di Napoli gli ha chiesto una parola di sostegno per i giovani in Italia che si trova in una posizione di grande difficoltà: “Tu dici che l’Italia è in un momento difficile: sì. C’è una crisi – ha risposto - Ma io ti dirò: non solo l’Italia. Tutto il mondo, in questo momento, è un momento in crisi. E la crisi, la crisi non è una cosa brutta. Davvero la crisi ci fa soffrire, ma dobbiamo – e voi giovani, principalmente – dobbiamo saper leggere la crisi. Questa crisi, cosa significa? Cosa devo fare io per aiutare a uscire dalla crisi? La crisi che noi in questo momento stiamo vivendo è una crisi umana. Si dice: ma, è una crisi economica, è una crisi del lavoro … Sì, davvero. Però, perché? Perché questo problema del lavoro, questo problema nell’economia, sono conseguenze del grande problema umano. Quello che è in crisi è il valore della persona umana, e noi dobbiamo difendere la persona umana”. Il Papa ha poi citato il racconto di un rabbino medievale, dell’anno 1200: “Questo rabbino spiegava agli ebrei di quel tempo la storia della Torre di Babele. E per costruire la Torre di Babele, non era facile: dovevano farsi i mattoni” ed “era un grande lavoro. E dopo questo lavoro, un mattone diventava un vero tesoro! Poi portavano i mattoni su, per la costruzione della Torre di Babele. Ma se un mattone cadeva, era una tragedia. Punivano l’operaio che l’aveva fatto cadere … Era una tragedia! Ma, senti: se fosse caduto un uomo, non sarebbe successo niente! Questa è la crisi che oggi stiamo vivendo!”. “E’ la crisi della persona. Oggi non conta la persona: contano i soldi, conta il denaro. E Gesù, Dio ha dato il mondo, tutto il creato, l’ha dato alla persona, all’uomo e alla donna, perché lo portassero avanti. Non al denaro. E’ una crisi: la persona è in crisi perché la persona” oggi “è schiava! E noi dobbiamo liberarci di queste strutture economiche e sociali che ci schiavizzano. E questo è il vostro compito”.

A un professore che ha fatto una domanda sul ruolo dei cristiani in politica ha risposto: “Coinvolgersi nella politica è un obbligo, per un cristiano. Noi cristiani non possiamo giocare da Pilato, lavarci le mani: non possiamo. Dobbiamo immischiarci nella politica, perché la politica è una delle forme più alte della carità, perché cerca il bene comune. E i laici cristiani devono lavorare in politica. Lei mi dirà: ‘Ma, non è facile’. Ma neppure facile è diventare prete. Non ci sono cose facili, nella vita: non è facile. ‘La politica è troppo sporca’, ma io mi domando: è sporca, perché? Perché i cristiani non si sono immischiati con lo spirito evangelico?”. E’ facile dire “la colpa è di quello” – ha proseguito – “Ma io, cosa faccio? Ma, è un dovere! Lavorare per il bene comune, è un dovere di un cristiano! E tante volte la strada per lavorare è la politica. Ci sono altre strade” fare il professore, per esempio è “un’altra strada. Ma l’attività politica per il bene comune è una delle strade”.

Infine un altro giovane ha chiesto al Papa come poter convivere con la povertà che c’è nel mondo:
“Prima di tutto, vorrei dirvi una cosa, a tutti voi giovani: non lasciatevi rubare la speranza. Per favore: non lasciatevela rubare. E chi ti ruba la speranza? Lo spirito del mondo, le ricchezze, lo spirito della vanità, la superbia, l’orgoglio … tutte queste cose ti rubano la speranza. Dove trovo la speranza? In Gesù povero: Gesù che si è fatto povero per noi. E tu hai parlato di povertà. La povertà ci chiama a seminare speranza”. E questo – ha proseguito – “sembra un po’ difficile da capire”. Quindi ha ricordato quando Padre Arrupe scrisse una lettera ai Centri di ricerche sociali della Compagnia: “Lui parlava di come si deve studiare il problema sociale. Ma alla fine ci diceva: ‘Guardate, non si può parlare di povertà senza avere l’esperienza con i poveri’”. Così “non si può parlare di povertà, di povertà astratta: quella non esiste! La povertà è la carne di Gesù povero, in quel bambino che ha fame, in quello che è ammalato, in quelle strutture sociali che sono ingiuste … Andare, guardare laggiù la carne di Gesù. Ma non lasciatevi rubare la speranza dal benessere, dallo spirito del benessere che alla fine ti porta a diventare un niente nella vita! Il giovane deve scommettere su alti ideali: questo è il consiglio. Ma la speranza, dove la trovo? Nella carne di Gesù sofferente e nella vera povertà. C’è un collegamento tra i due”.