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Convegno su profughi a Lampedusa. La Caritas: tutto è come prima


L'isola di Lampedusa ''è stata lasciata sola da tutta Europa''. Lo torna a dire il presidente del Consiglio, Enrico Letta, a due mesi dal tragico naufragio del 3 ottobre in cui morirono 366 migranti. Mentre una proposta di legge è pronta per far diventare il 3 ottobre “Giornata della Memoria e dell’Accoglienza”, il ministro Cécile Kyenge ha presieduto ieri il convegno "Emergenza profughi a Lampedusa. Cosa è cambiato?". Cecilia Sabelli ha posto lo stesso interrogativo a Oliviero Forti di Caritas italiana:RealAudioMP3

R. – Dire che sia cambiato qualcosa, sarebbe dire una bugia. Non organizzarsi tempestivamente per affrontare una questione, che non è più straordinaria ma ordinaria – ogni anno abbiamo questi numeri, ogni anno abbiamo gli arrivi – è un problema però tipicamente italiano. In questo caso, poco c’entra l’Europa. Sembra sempre di riscoprire di volta in volta un tema che invece ormai fa parte del nostro essere Italia in mezzo al Mediterraneo, e a Lampedusa ancor di più.

D. – Abbiamo ancora impresse le immagini di questi centri di prima accoglienza, gremiti, dove pioveva sulle teste di quanti erano scampati. Qual è la situazione attuale?

R. – Le persone sono state poi correttamente trasferite, perché questo prevede la procedura. Il problema è la tempistica. Vengono mantenute per giorni e giorni, se non settimane, in quelle condizioni, in quel centro, che doveva, perché aveva i finanziamenti già stanziati, essere ristrutturato per accogliere fino a 800 persone. Invece, la tragedia, quella del 3 ottobre, si è consumata sulle coste di un’isola che ancora aveva un centro all’epoca in grado di ospitare non più di 250 persone. E’ difficile fare un richiamo all’Europa quando non siamo stati in grado, nel momento del primo approdo, che è quello spesso, anche per il migrante, emotivamente più forte di garantire quello che invece un Paese come l’Italia dovrebbe poter garantire a queste persone.

D. – E che differenza c’è tra l’Italia e gli altri Paesi europei?

R. – Sono Paesi che si sono attrezzati in tempo e adeguatamente, con sistemi di accoglienza in grado di assorbire flussi anche eccezionali, come sta avvenendo per la Svezia con riferimento ai siriani. Noi a questi siriani cosa stiamo offrendo in questa fase storica per mettersi in salvo? Nulla se non gli aiuti umanitari previsti direttamente nei Paesi confinanti con il Libano. Discorso a parte hanno fatto altri Paesi, come la Germania, che hanno aperto dei canali umanitari e hanno previsto – e questo lavoro è stato fatto con la Caritas tedesca – l’ingresso di migliaia di cittadini siriani a determinate condizioni, andando però sostanzialmente a prenderli direttamente nei campi profughi. Di fronte a realtà come questa, allora un ragionamento con l'Europa diventa legittimo e anche utile.

D. – Nella sua visita a Lampedusa, poco prima della tragedia, Papa Francesco denunciò una globalizzazione dell’indifferenza, a cui a quanto pare non abbiamo smesso di partecipare...

R. – Assolutamente. Nessuno, ripeto, oggi ha proposto un ingresso protetto delle persone, almeno dei più vulnerabili. Parliamo, infatti, di milioni di persone, tra le quali ci sono tante persone malate, tante persone anziane, bambini, insomma persone che meriterebbero chiaramente un tipo cura che ad oggi, purtroppo, non viene garantita.

Ultimo aggiornamento: 5 dicembre