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Benedetto XVI negli Stati Uniti
Dossier Speciale
DAL DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI PARTECIPANTI ALLA 68ª SESSIONE DELLA CONFERENZA INTERNAZIONALE DEL LAVORO
Ginevra, 15 giugno 1982

Omaggio al lavoro dell'uomo.  Rivolgendomi a tutti voi, Signore e Signori, desidero attraverso di voi rendere omaggio anzitutto al lavoro dell’uomo, qualunque esso sia e ovunque si compia in tutta la terra, a ogni lavoro - come a ciascun uomo o donna che lo svolge - senza distinzioni nelle sue specifiche caratteristiche, sia che si tratti di un lavoro “fisico” o di un lavoro “intellettuale”; così pure senza distinzioni nelle sue particolari determinazioni, sia che si tratti di un lavoro di “creazione” oppure di “riproduzione”, che si tratti del lavoro di ricerca teorica che dà le basi al lavoro altrui, o del lavoro consistente nell’organizzarne le condizioni e le strutture, sia che si tratti infine del lavoro dei dirigenti o di quello degli operai che eseguono i compiti necessari per la realizzazione di programmi ben definiti. In ognuna delle sue forme, tale lavoro merita particolare rispetto, perché è opera dell’uomo, e perché, dietro ogni lavoro, c’è sempre un soggetto vivente: la persona umana. È da ciò che il lavoro trae il suo valore e la sua dignità.
 L’uomo resta sempre al centro.  Le mie riflessioni si ispirano, in un modo che vuol essere coerente, alla stessa idea fondamentale e alla stessa preoccupazione: la causa dell’uomo, la sua dignità e i diritti inalienabili che ne derivano. Già nella mia prima enciclica Redemptor Hominis ho insistito sul fatto che “l’uomo è la prima strada che la Chiesa deve percorrere per compiere la sua missione: è la prima strada e la strada fondamentale della Chiesa, strada tracciata da Cristo stesso…” (Giovanni Paolo II, Redemptor Hominis, 14). È per la stessa ragione che, in occasione del 90° anniversario della Rerum Novarum, ho voluto consacrare un documento particolarmente importante del mio pontificato al lavoro umano, all’uomo nel lavoro: “Homo laborem exercens”. Perché non solo il lavoro porta l’impronta dell’uomo, ma è nel lavoro che l’uomo scopre il senso della sua esistenza: in ogni lavoro concepito come attività umana, qualunque siano le caratteristiche concrete che essa riveste, qualunque siano le circostanze in cui questa attività si esercita. Il lavoro comporta “questa fondamentale dimensione dell’umano esistere, con la quale la vita dell’uomo è costruita ogni giorno, dalla quale essa attinge la propria specifica dignità, ma nella quale è contemporaneamente contenuta la costante misura dell’umana fatica, della sofferenza e anche del danno e dell’ingiustizia che penetrano profondamente la vita sociale, all’interno delle singole Nazioni e sul piano internazionale” (Giovanni Paolo II, Laborem Exercens, 1).

La solidarietà del mondo del lavoro.  Nella problematica del lavoro - una problematica che si ripercuote in tanti campi della vita e a tutti i livelli, individuale, familiare, nazionale, internazionale - c’è una caratteristica, che è nello stesso tempo esigenza e programma, che io vorrei sottolineare oggi davanti a voi: la solidarietà. Mi sento portato ad offrirvi queste considerazioni anzitutto perché la solidarietà è insita in modi diversi nella natura stessa del lavoro umano, ma anche a motivo degli obiettivi della vostra Organizzazione, e soprattutto dello spirito che la anima. Lo spirito col quale l’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha portato avanti la sua missione sin dall’inizio è uno spirito di universalismo, che ha il suo punto di appoggio sulla fondamentale eguaglianza delle Nazioni e sull’eguaglianza degli uomini, e che è percepito nello stesso tempo come punto di partenza e come punto di arrivo di ogni politica sociale. È anche uno spirito di umanesimo, ansioso di sviluppare tutte le potenzialità dell’uomo sia materiali che spirituali. È infine uno spirito comunitario che si esprime felicemente nella triplice ripartizione delle vostre strutture. A questo proposito faccio mie le parole pronunciate qui da Paolo VI durante la sua visita nel 1969: “Il vostro originale e organico strumento consiste nel far convergere le tre forze che sono all’opera nella dinamica sociale del lavoro moderno: gli uomini di governo, gli impiegati e i lavoratori.

Il lavoro unisce. Questa intuizione fondamentale, che i fondatori dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro hanno così ampiamente inserito nella struttura stessa dell’Organizzazione che ha come corollario il fatto che gli obiettivi perseguiti non possono essere realizzati senza uno sforzo comunitario e solidale, risponde alla realtà del lavoro umano. Infatti, nelle sue dimensioni profonde, la realtà del lavoro è la stessa in ogni punto della terra, in ogni Paese e in ogni Continente; presso gli uomini e le donne che appartengono alle diverse razze e nazioni, che parlano lingue diverse e rappresentano diverse culture; presso coloro che professano diverse religioni o esprimono in modi diversi i loro rapporti con la religione e con Dio. La realtà del lavoro è la stessa in una molteplicità di forme: il lavoro manuale e il lavoro intellettuale; il lavoro agricolo e il lavoro dell’industria; il lavoro nei servizi del settore terziario e il lavoro di ricerca; il lavoro dell’artigiano, del tecnico e quello dell’educatore, dell’artista o della madre nella sua famiglia; il lavoro dell’operaio nelle fabbriche e quello dei dirigenti e dei responsabili. Senza voler mascherare le differenze specifiche che rimangono e che diversificano spesso in modo assai radicale gli uomini e le donne che svolgono queste molteplici mansioni, il lavoro - la realtà del lavoro - crea l’unione di tutti in un’attività che ha uno stesso significato e una stessa fonte. Per tutti il lavoro è una necessità, un dovere, un compito.

Il lavoro: senso della vita umana. Il monito fondamentale che mi spinge a proporvi il tema della solidarietà si trova dunque nella natura stessa del lavoro umano. Il problema del lavoro ha un legame estremamente profondo con quello del senso della vita umana. Attraverso questo legame il lavoro diventa un problema di natura spirituale e lo è realmente. Questa constatazione non toglie nulla agli altri aspetti del lavoro, aspetti che sono, si potrebbe dire, più facilmente misurabili e ai quali sono legate strutture e operazioni diverse di carattere esteriore, a livello dell’organizzazione; questa stessa constatazione permette al contrario di riportare il lavoro umano, in qualsiasi modo sia eseguito dall’uomo, all’interno dell’uomo e cioè al punto più profondo della sua umanità, in ciò che le è proprio, in ciò che fa sì che egli sia uomo e soggetto autentico del lavoro.

È necessaria una nuova solidarietà fondata sul lavoro. Davanti alle ingiustizie che gridano vendetta, sorte dai sistemi del secolo scorso, gli operai, soprattutto nell’industria, hanno reagito scoprendo nello stesso tempo, al di là della comune miseria, la forza rappresentata dalle azioni comuni. Vittime delle stesse ingiustizie, si sono uniti in una stessa azione. Nella mia enciclica sul lavoro umano, ho chiamato questa reazione “una giusta reazione sociale”; una tale situazione ha “fatto sorgere e quasi irrompere un grande slancio di solidarietà tra gli uomini del lavoro e, prima di tutto, tra i lavoratori dell’industria. L’appello alla solidarietà e all’azione comune, lanciato agli uomini del lavoro …, aveva un suo importante valore e una sua eloquenza dal punto di vista dell’etica sociale - soprattutto a quelli del lavoro settoriale, monotono, spersonalizzante nei complessi industriali, quando la macchina tende a dominare sull’uomo. Era la reazione contro la degradazione dell’uomo come soggetto del lavoro … Tale reazione ha riunito il mondo operaio in una comunità caratterizzata da una grande solidarietà” (Giovanni Paolo II, Laborem Exercens, 8).

Una solidarietà per la giustizia sociale. Il mondo del lavoro, Signore e Signori, è il mondo di tutti gli uomini e di tutte le donne che, attraverso le loro attività, cercano di rispondere alla vocazione di sottomettere la terra per il bene di tutti. La solidarietà del mondo del lavoro sarà dunque una solidarietà che allarga gli orizzonti per abbracciare, con gli interessi degli individui e dei gruppi particolari, il bene comune di tutta la società, sia a livello di una nazione che a livello internazionale e planetario. Sarà una solidarietà per il lavoro, che si manifesta nella lotta per la giustizia e per la verità della vita sociale. Quale giustificazione avrebbe in effetti una solidarietà che si esaurisse in una lotta di opposizione irriducibile agli altri, in una lotta contro gli altri? La lotta per la giustizia non dovrebbe ignorare gli interessi legittimi dei lavoratori uniti in una stessa professione o particolarmente toccati da certe forme di ingiustizia. Essa non ignora l’esistenza, fra i gruppi, di tensioni che spesso rischiano di diventare aperti conflitti. La vera solidarietà guarda alla lotta per un ordine sociale giusto in cui tutte le tensioni possano essere assorbite e in cui i conflitti - sia a livello dei gruppi che a quello delle nazioni - possano trovare più facilmente la loro soluzione.

Una solidarietà senza frontiere. La necessità per l’uomo di difendere la realtà del suo lavoro e di liberarlo da ogni ideologia per rimettere in luce il vero senso dell’attività umana, questa necessità si manifesta in modo particolare quando si considera il mondo del lavoro e la solidarietà che esso invoca nel contesto internazionale. Il problema dell’uomo nel lavoro si presenta oggi in una prospettiva mondiale che non è più possibile non prendere in considerazione. Tutti i grandi problemi dell’uomo nella società sono ormai problemi mondiali! Essi devono essere pensati su scala mondiale, in uno spirito realistico certamente, ma anche in uno spirito innovatore e esigente. Sia che si tratti dei problemi delle risorse naturali, che dello sviluppo o dell’impiego, la soluzione adeguata non può essere trovata se non tenendo conto delle prospettive internazionali. Già 15 anni fa, nel 1967, Paolo VI faceva notare nell’enciclica Populorum Progressio: “Oggi il fatto più importante di cui ognuno deve prendere coscienza, è che la questione sociale è diventata mondiale” (Paolo VI, Populorum Progressio, 3).

La solidarietà e la libertà sindacale. Una società solidale si costruisce ogni giorno, creando anzitutto, e difendendo in seguito, le condizioni effettive della libera partecipazione di tutti all’opera comune. Ogni politica mirante al bene comune deve essere frutto della coesione organica e spontanea delle forze sociali. È questa ancora una forma di quella solidarietà che è l’imperativo dell’ordine sociale, una solidarietà che si manifesta in modo particolare attraverso l’esistenza e l’opera delle associazioni dei lavoratori. Il diritto di associarsi liberamente è un diritto fondamentale per tutti coloro che sono legati al mondo del lavoro e che costituiscono la comunità del lavoro. Questo diritto significa per ciascun uomo nel lavoro non essere solo né isolato; esprime la solidarietà di tutti per difendere i diritti che loro spettano e che derivano dalle esigenze del lavoro; offre normalmente il mezzo per partecipare attivamente alla realizzazione del lavoro e di tutto ciò che è ad esso attinente, guidato allo stesso tempo dal pensiero della preoccupazione del bene comune.

La via della solidarietà. Signore e Signori, al di là dei sistemi, dei regimi e delle ideologie miranti a regolare i rapporti sociali, vi ho proposto una via, quella della solidarietà, la via della solidarietà del mondo del lavoro. È una solidarietà aperta e dinamica, fondata sulla concezione del lavoro umano e che vede nella dignità della persona umana, in conformità con il mandato ricevuto dal Creatore, il criterio primo ed ultimo del suo valore. Possa questa solidarietà servirvi da guida nei vostri dibattiti e nelle vostre realizzazioni! (…) Prendendo la parola a nome della Santa Sede, della Chiesa e della fede cristiana, desidero di tutto cuore ripetervi le mie felicitazioni per i meriti della vostra Organizzazione.

 







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