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Benedetto XVI negli Stati Uniti
Dossier Speciale

Prima visita di un Papa alle Nazioni Unite.
4 ottobre 1965

DAL DISCORSO DI PAOLO VI
ALL'ASSEMBLEA GENERALE DELLE NAZIONI UNITE

Il saluto del Concilio Ecumenico Vaticano II, riunito in Roma. Vi esprimiamo il Nostro cordiale omaggio personale e vi offriamo quello dell'intero Concilio Ecumenico Vaticano II, riunito in Roma, e qui rappresentato dai Signori Cardinali che a questo scopo Ci accompagnano. A loro nome, come da parte Nostra, rendiamo a voi tutti onore e vi salutiamo! Questo incontro, voi tutti lo comprendete, segna un momento semplice e grande. Semplice, perché voi avete davanti un uomo come voi; egli è vostro fratello, e fra voi, rappresentanti di Stati sovrani, uno dei più piccoli, rivestito lui pure, se così vi piace considerarci, d'una minuscola, quasi simbolica sovranità temporale, quanta gli basta per essere libero di esercitare la sua missione spirituale. (…) Non abbiamo, infatti, alcuna cosa da chiedere, nessuna questione da sollevare; se mai un desiderio da esprimere e un permesso da chiedere, quello di potervi servire in ciò che a Noi è dato di fare, con disinteresse, con umiltà e amore.

“Da venti secoli un voto del cuore”. Questa è la Nostra prima dichiarazione; e, come voi vedete, essa è così semplice, che sembra irrilevante per questa Assemblea, che tratta sempre cose importantissime e difficilissime. (…) Oh! voi sapete chi siamo; e, qualunque sia l'opinione che voi avete sul Pontefice di Roma, voi conoscete la Nostra missione; siamo portatori d'un messaggio per tutta l'umanità; e lo siamo non solo a Nostro nome personale e dell'intera famiglia cattolica, ma lo siamo pure di quei Fratelli cristiani, che condividono i sentimenti da Noi qui espressi, e specialmente di quelli da cui abbiamo avuto esplicito incarico d'essere anche loro interpreti. Noi siamo come il messaggero che, dopo lungo cammino, arriva a recapitare la lettera che gli è stata affidata. (…) Ci è stato comandato: "Andate e portate la buona novella a tutte le genti". Ora siete voi, che rappresentate tutte le genti. Noi abbiamo per voi tutti un messaggio, sì, un messaggio felice, da consegnare a ciascuno di voi.

“Noi, quali "esperti in umanità”. Il Nostro messaggio vuol essere, in primo luogo, una ratifica morale e solenne di questa altissima Istituzione. Questo messaggio viene dalla Nostra esperienza storica; Noi, quali "esperti in umanità", rechiamo a questa Organizzazione il suffragio dei Nostri ultimi Predecessori, quello di tutto l'Episcopato cattolico, e Nostro, convinti come siamo che essa rappresenta la via obbligata della civiltà moderna e della pace mondiale. Dicendo questo, Noi sentiamo di fare Nostra la voce dei morti e dei vivi; dei morti, caduti nelle tremende guerre passate sognando la concordia e la pace del mondo; dei vivi, che a quelle hanno sopravvissuto portando nei cuori la condanna per coloro che tentassero rinnovarle; e di altri vivi ancora, che avanzano nuovi e fidenti, i giovani delle presenti generazioni, che sognano a buon diritto una migliore umanità. E facciamo Nostra la voce dei poveri, dei diseredati, dei sofferenti, degli anelanti alla giustizia, alla dignità della vita, alla libertà, al benessere e al progresso.
 
“Giustizia, diritto e trattativa nelle relazioni tra i popoli”. Voi segnate una tappa nello sviluppo dell'umanità, dalla quale non si dovrà più retrocedere, ma avanzare. Al pluralismo degli Stati, che non possono più ignorarsi, voi offrite una formula di convivenza, estremamente semplice e feconda. Ecco: voi dapprima vi riconoscete e distinguete gli uni dagli altri. Voi non conferite certamente l'esistenza agli Stati; ma qualificate come idonea a sedere nel consesso ordinato dei Popoli ogni singola Nazione; date cioè un riconoscimento di altissimo valore etico e giuridico ad ogni singola comunità nazionale sovrana, e le garantite onorata cittadinanza internazionale. È già un grande servizio alla causa dell'umanità quello di ben definire e di onorare i soggetti nazionali della comunità mondiale, e di classificarli in una condizione di diritto, meritevole d'essere da tutti riconosciuta e rispettata, dalla quale può derivare un sistema ordinato e stabile di vita internazionale. Voi sancite il grande principio che i rapporti fra i popoli devono essere regolati dalla ragione, dalla giustizia, dal diritto, dalla trattativa, non dalla forza, non dalla violenza, non dalla guerra, e nemmeno dalla paura, né dall'inganno.

“Generosa fiducia giammai insidiata o tradita”. Siete un’Associazione. Siete un ponte fra i Popoli. Siete una rete di rapporti fra gli Stati. Staremmo per dire che la vostra caratteristica riflette in qualche modo nel campo temporale ciò che la Nostra Chiesa cattolica vuol essere nel campo spirituale: unica ed universale. Non v'è nulla di superiore sul piano naturale nella costruzione ideologica dell'umanità. La vostra vocazione è quella di affratellare non solo alcuni, ma tutti i Popoli. Difficile impresa? (…) Diremo di più: procurate di richiamare fra voi chi da voi si fosse staccato, e studiate il modo per chiamare, con onore e con lealtà, al vostro patto di fratellanza chi ancora non lo condivide. Fate che chi ancora è rimasto fuori desideri e meriti la comune fiducia; e poi siate generosi nell'accordarla. E voi, che avete la fortuna e l'onore di sedere in questo consesso della pacifica convivenza, ascoltateci: fate che non mai la reciproca fiducia, che qui vi unisce e vi consente di operare cose buone e grandi. sia insidiata o tradita.

“L'orgoglio il grande antagonista delle necessarie armonie”. La logica di questo voto, che si può dire costituzionale per la vostra Organizzazione, Ci porta a integrarlo con altre formule. Ecco: che nessuno, in quanto membro della vostra unione, sia superiore agli altri. Non l'uno sopra l'altro. È la formula della eguaglianza. Sappiamo di certo come essa debba essere integrata dalla valutazione di altri fattori, che non sia la semplice appartenenza a questa Istituzione; ma anch'essa è costituzionale. Voi non siete eguali, ma qui vi fate eguali. Può essere per parecchi di voi atto di grande virtù; consentite che ve lo dica Colui che vi parla, il Rappresentante d'una Religione, la quale opera la salvezza mediante l'umiltà del suo Fondatore Divino. Non si può essere fratelli, se non si è umili. Ed è l'orgoglio, per inevitabile che possa sembrare. che provoca le tensioni e le lotte del prestigio, del predominio, del colonialismo dell'egoismo; rompe cioè la fratellanza.

“Cadano le armi, si costruisca la pace totale”. E allora il Nostro messaggio raggiunge il suo vertice; il vertice negativo. Voi attendete da Noi questa parola, che non può svestirsi di gravità e di solennità: non gli uni contro gli altri, non più, non mai! A questo scopo principalmente è sorta l'Organizzazione delle Nazioni Unite; contro la guerra e per la pace! Ascoltate le chiare parole d'un grande scomparso, di John Kennedy, che quattro anni or sono proclamava: "L'umanità deve porre fine alla guerra, o la guerra porrà fine all'umanità". Non occorrono molte parole per proclamare questo sommo fine di questa istituzione. Basta ricordare che il sangue di milioni di uomini e innumerevoli e inaudite sofferenze, inutili stragi e formidabili rovine sanciscono il patto che vi unisce, con un giuramento che deve cambiare la storia futura del mondo: non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell'intera umanità!

L'educazione dell'umanità alla pace. Signori, voi avete compiuto e state compiendo un'opera grande: l'educazione dell'umanità alla pace. L'ONU è la grande scuola per questa educazione. Siamo nell'aula magna di tale scuola; chi siede in questa aula diventa alunno e diventa maestro nell'arte di costruire la pace. Quando voi uscite da questa aula il mondo guarda a voi come agli architetti, ai costruttori della pace. E voi sapete che la pace non si costruisce soltanto con la politica e con l'equilibrio delle forze e degli interessi, ma con lo spirito, con le idee, con le opere della pace. Voi già lavorate in questo senso. Ma voi siete ancora in principio: arriverà mai il mondo a cambiare la mentalità particolaristica e bellicosa, che finora ha tessuto tanta parte della sua storia? È difficile prevedere; ma è facile affermare che alla nuova storia, quella pacifica, quella veramente e pienamente umana, quella che Dio ha promesso agli uomini di buona volontà, bisogna risolutamente incamminarsi; e le vie sono già segnate davanti a voi; e la prima è quella del disarmo.

“Non si può amare con armi offensive in pugno”. Se volete essere fratelli, lasciate cadere le armi dalle vostre mani. Non si può amare con armi offensive in pugno. Le armi, quelle terribili. specialmente, che la scienza moderna vi ha date, ancor prima che produrre vittime e rovine, generano cattivi sogni, alimentano sentimenti cattivi, creano incubi, diffidenze e propositi tristi, esigono enormi spese, arrestano progetti di solidarietà e di utile lavoro, falsano la psicologia dei popoli. Finché l'uomo rimane l'essere debole e volubile e anche cattivo, quale spesso si dimostra, le armi della difesa saranno necessarie, purtroppo; ma voi, coraggiosi e valenti quali siete, state studiando come garantire la sicurezza della vita internazionale senza ricorso alle armi: questo è nobilissimo scopo, questo i Popoli attendono da voi, questo si deve ottenere! Cresca la fiducia unanime in questa Istituzione, cresca la sua autorità; e lo scopo, è sperabile, sarà raggiunto. Ve ne saranno riconoscenti le popolazioni, sollevate dalle pesanti spese degli armamenti, e liberate dall'incubo della guerra sempre imminente, il quale deforma la loro psicologia.

“Oltre la coesistenza: la collaborazione fraterna”. Dicendo queste parole Ci accorgiamo di far eco ad un altro principio costitutivo di questo Organismo, cioè il suo vertice positivo: non solo qui si lavora per scongiurare i conflitti fra gli Stati, ma si lavora altresì con fratellanza per renderli capaci di lavorare gli uni per gli altri. Voi non vi contentate di facilitare la coesistenza e la convivenza fra le varie Nazioni; ma fate un passo molto più avanti, al quale Noi diamo la Nostra lode e il Nostro appoggio: voi promovete la collaborazione fraterna dei Popoli. Qui si instaura un sistema di solidarietà, per cui finalità civili altissime ottengono l'appoggio concorde e ordinato di tutta la famiglia dei Popoli per il bene comune, e per il bene dei singoli. Questo aspetto dell'Organizzazione delle Nazioni Unite è il più bello: è il suo volto umano più autentico; è l'ideale dell'umanità pellegrina nel tempo; è la speranza migliore del mondo; è il riflesso, osiamo dire, del disegno trascendente e amoroso di Dio circa il progresso del consorzio umano sulla terra; un riflesso, dove scorgiamo il messaggio evangelico da celeste farsi terrestre.

“La vita dell'uomo è sacra: nessuno può osare di offenderla”. Perché voi qui proclamate i diritti e i doveri fondamentali dell'uomo, la sua dignità, la sua libertà e, per prima, la libertà religiosa. Ancora, Noi sentiamo interpretata la sfera superiore della sapienza umana, e aggiungiamo: la sua sacralità. Perché si tratta anzitutto della vita dell'uomo: e la vita dell'uomo è sacra: nessuno può osare di offenderla. Il rispetto alla vita, anche per ciò che riguarda il grande problema della natalità, deve avere qui la sua più alta professione e la sua più ragionevole difesa: voi dovete procurare di far abbondare quanto basti il pane per la mensa dell'umanità; non già favorire un artificiale controllo delle nascite, che sarebbe irrazionale, per diminuire il numero dei commensali al banchetto della vita.

“L’assicurare a ciascun uomo una vita conforme alla sua dignità”. Ma non si tratta soltanto di nutrire gli affamati: bisogna inoltre assicurare a ciascun uomo una vita conforme alla sua dignità. Ed è questo che voi vi sforzate di fare. E non si adempie del resto sotto i Nostri occhi e anche per opera vostra l'annuncio profetico che ben si addice a questa Istituzione: "Fonderanno le spade in vomeri; le lance in falci"? (Is. 2, 4). Non state voi impiegando le prodigiose energie della terra e le invenzioni magnifiche della scienza, non più in strumenti di morte, ma in strumenti di vita per la nuova era dell'umanità? Noi sappiamo con quale crescente intensità ed efficacia l'Organizzazione delle Nazioni Unite, e gli organismi mondiali che ne dipendono, lavorino per fornire aiuto ai Governi, che ne abbiano bisogno, al fine di accelerare il loro progresso economico e sociale. Noi sappiamo con quale ardore voi vi impegniate a vincere l'analfabetismo e a diffondere la cultura nel mondo; a dare agli uomini una adeguata e moderna assistenza sanitaria, a mettere a servizio dell'uomo le meravigliose risorse della scienza, della tecnica, dell'organizzazione: tutto questo è magnifico, e merita l'encomio e l'appoggio di tutti, anche il Nostro.

“Per salvare la civiltà profondo rinnovamento in Dio”.  Una parola ancora, Signori, un'ultima parola: questo edificio, che state costruendo, si regge non già solo su basi materiali e terrene: sarebbe un edificio costruito sulla sabbia; ma esso si regge, innanzitutto, sopra le nostre coscienze. È venuto il momento della "metanoia", della trasformazione personale, del rinnovamento interiore. Dobbiamo abituarci a pensare in maniera nuova l'uomo; in maniera nuova la convivenza dell'umanità, in maniera nuova le vie della storia e i destini del mondo, secondo le parole di S. Paolo: "Rivestire l'uomo nuovo, creato a immagine di Dio nella giustizia e santità della verità" (Eph. 4, 23). È l'ora in cui si impone una sosta, un momento di raccoglimento, di ripensamento, quasi di preghiera: ripensare, cioè, alla nostra comune origine, alla nostra storia, al nostro destino comune. Mai come oggi, in un'epoca di tanto progresso umano, si è reso necessario l'appello alla coscienza morale dell'uomo! Il pericolo non viene né dal progresso né dalla scienza: questi, se bene usati, potranno anzi risolvere molti dei gravi problemi che assillano l'umanità. Il pericolo vero sta nell'uomo, padrone di sempre più potenti strumenti, atti alla rovina ed alle più alte conquiste!

“Il Dio vivente, il Padre di tutti gli uomini”. In una parola, l'edificio della moderna civiltà deve reggersi su principii spirituali, capaci non solo di sostenerlo, ma altresì di illuminarlo e di animarlo. E perché tali siano questi indispensabili principii di superiore sapienza, essi non possono non fondarsi sulla fede in Dio. Il Dio ignoto, di cui discorreva nell'areopago S. Paolo agli Ateniesi? Ignoto a loro, che pur senza avvedersene lo cercavano e lo avevano vicino, come capita a tanti uomini del nostro secolo?... Per noi, in ogni caso, e per quanti accolgono la Rivelazione ineffabile, che Cristo di Lui ci ha fatta, è il Dio vivente, il Padre di tutti gli uomini.

  TESTO INTEGRALE DEL « BREVE » PONTIFICIO DI PAOLO VI PER L’ O.N.U. IN OCCASIONE DELLA VISITA AL PALAZZO DI VETRO

Messaggero del Vangelo di pace, abbiamo varcato l’oceano per un ambìto incontro con questo distinto Consesso delle Nazioni Unite. Ben potevamo, per mezzo di altri e in altro modo, rivolgerci a Voi, membri di questa Organizzazione, ed esporvi il Nostro pensiero. Ma da Noi si nutriva vivo il desiderio di vedervi personalmente e di indirizzarvi la Nostra parola per esprimervi con la realtà dei fatti quella stima, profondamente radicata nel Nostro animo, che abbiamo sia per voi, sia per l’opera alla quale dedicate le vostre energie. Voi costituite un’assemblea di pace, con l’obiettivo di promuovere e tutelare, tra i popoli, che con uguali diritti di voti rappresentate, la concordia nella pace, la sicurezza e la mutua collaborazione: e ciò contro le minacce e i pericoli sempre in agguato della violenza e della guerra. Altro sistema atto a provvedere al bene pubblico che interessi l’intero genere umano non può sussistere diverso dal vostro, fondato sul rispetto del diritto, della giusta libertà, della dignità della persona, con la rimozione della funesta follia della guerra e del dannoso furore della prepotenza. La forma strutturale di sì grande edificio, da voi innalzato, certamente potrà essere migliorata, ma giammai potrà essere distrutta senza che emergano pericoli di gravissimo danno. «Così eccelso è il dono della pace che anche nell’ambito delle cose terrene e transeunti nulla si possa sentire di più soave, nulla si possa desiderare di più attraente, nulla si possa trovare che sia migliore » (S. Agostino, De Civ. Dei, 19, 11). Continuate con la vostra operosità, diligenza e pazienza a lavorare per tale inestimabile bene del consorzio umano, per lo sviluppo progressivo di così proficue iniziative, meritevole di amorosa e sempre desta sollecitudine. Noi non ignoriamo affatto che il vostro cammino diretto verso alte vette non di rado passa attraverso difficoltà e asprezze. Tutti questi sforzi sono ben degni della Nostra affettuosa attenzione, del Nostro plauso, del Nostro incoraggiamento. Anche a nome dei Padri del Concilio Ecumenico Vaticano II, che si trovano riuniti a Roma, Noi vi rechiamo un messaggio di pace, parole buone e confortatrici. Abbiate la ferma convinzione che nella vostra opera diretta a promuovere la .pace con giustizia, la Chiesa Cattolica, bene augurando, vi è vicina con la sua cordiale simpatia, con il suo aiuto spirituale e con l’incessante suo interessamento per gli auspicati successi. Ad essa nulla sta tanto a cuore quanto di accendere nei cuori degli uomini la fiamma dell’amore fraterno e di alimentarla, prestando tutta la sua collaborazione. Il Dio della pace copra con la sua continua protezione voi tutti e la nobilissima opera, alla cui attuazione dedicate i generosi sforzi.
(4 ottobre dell’anno 1965, terzo del Nostro Pontificato).

SINTESI DEL DISCORSO DI PAOLO VI ALL'ASSEMBLEA DELL'ORGANIZZAZIONE INTERNAZIONALE DEL LAVORO NEL 50° ANNIVERSARIO DELLA SUA FONDAZIONE
Ginevra - Martedì, 10 giugno 1969

La Chiesa non è estranea alla causa del lavoro. Senza particolare competenza nelle discussioni tecniche sulla difesa e la promozione del lavoro umano, Noi non siamo tuttavia per nulla estranei a questa grande causa del lavoro, che costituisce la vostra ragion d’essere, e alla quale voi consacrate le vostre energie. (…) Fin dalla sua prima pagina, la Bibbia di cui Noi siamo il messaggero ci presenta la creazione come originata dal lavoro del Creatore (cfr. Gen. 2, 7) e affidata al lavoro della creatura, il cui sforzo intelligente deve metterla in valore, perfezionarla per così dire nell’umanizzarla, al suo servizio (cfr. Gen. 1, 29 e Populorum progressio, 22).

Dalla «Rerum novarum» alla «Populorum progressio». La simpatia della Chiesa per la vostra Organizzazione, come per il mondo del lavoro, non cessava fin da allora di manifestarsi, e particolarmente nell’enciclica Quadragesimo anno di Pio XI (Enc. Quadragesimo anno, 15 maggio 1931, n. 24), nell’allocuzione di Pio XII al Consiglio d’Amministrazione dell’organismo Internazionale del Lavoro (Allocuzione del 19 novembre 1954), nella enciclica Mater et Magistra di Giovanni XXIII che esprimeva il suo «cordiale apprezzamento per l’OIT . . . per il suo valido e prezioso contributo alla instaurazione nel mondo di un ordine economico-sociale informato a giustizia ed umanità, nel quale trovano la loro espressione anche le istanze legittime dei lavoratori» (Enc. Mater et Magistra, 15 maggio 1961, n. 103).

Tempi e prove affrontate in nome di un nobile ideale. Per Noi che apparteniamo ad una Istituzione posta da duemila anni di fronte all’usura del tempo, questi cinquanta anni instancabilmente dedicati alla Organizzazione Internazionale del Lavoro sono la sorgente di feconde riflessioni. Tutti sanno che una tale durata è un fatto veramente singolare nella storia del nostro secolo. La fatale precarietà delle cose umane, che l’accelerazione della civiltà moderna ha reso più evidente e più divorante, non ha scosso la vostra istituzione, al cui ideale Noi vogliamo rendere omaggio : «una pace universale e duratura, fondata sulla giustizia sociale» (Constitution de l’OIT, Genève, BIT, 1968, Prefazione, p. 5). La prova subita dal fatto della scomparsa della Società delle Nazioni, alla quale era legata organicamente, dal fatto anche della nascita della Organizzazione delle Nazioni Unite in un altro continente, invece di toglierle le sue ragioni d’essere, le ha al contrario fornito l’occasione, con la celebre dichiarazione di Filadelfia, 25 anni fa, di confermarle e di precisarle, radicandone profondamente nella realtà del progresso della società: «Tutti gli esseri umani, qualunque sia la loro razza, la loro fede o il loro sesso, hanno il diritto di raggiungere il loro progresso materiale e il loro sviluppo spirituale nella libertà e la dignità, nella sicurezza economica e con uguali possibilità» (Ib. art. 2, p. 24).

Concezione moderna e cristiana: il primato dell’uomo.  Ma come non sottolineare il fatto primordiale di una importanza capitale che manifesta questa impressionante documentazione? Qui - ed è un fatto decisivo nella storia della civiltà -, qui il lavoro dell’uomo è considerato degno di un interesse fondamentale. Non fu sempre così, si sa, nella storia già lunga dell’umanità. Si pensi alla concezione antica del lavoro (cfr. per es. CICERONE, De Officiis, 1, 42), al discredito che lo circondava, alla schiavitù che portava seco, questa orribile piaga, che bisogna purtroppo riconoscere che non è ancora completamente scomparsa dalla faccia della terra. La concezione moderna, di cui voi siete gli araldi e i difensori, è diversa. Essa è fondata su un principio fondamentale che il cristianesimo, da parte sua, ha singolarmente messo in luce: nel lavoro è l’uomo che è il primo.

Di fronte alla tecnica. Come non sarebbe impressionato l’osservatore nel vedere che questa concezione si è precisata nel momento teoricamente meno favorevole a questa affermazione del primato del fattore umano sul prodotto del lavoro, al momento stesso della introduzione progressiva della macchina che moltiplica a dismisura il rendimento del lavoro, e tende a rimpiazzarlo? Secondo una visione astratta delle cose, il lavoro eseguito ormai con la macchina e le sue energie, fornite non più dalle braccia dell’uomo, ma dalle formidabili forze segrete di una natura addomesticata, avrebbe dovuto prevalere, nella stima del mondo moderno, fino a far dimenticare il lavoratore, spesso liberato dal peso estenuante e umiliante di uno sforzo fisico sproporzionato al suo troppo debole rendimento. Ma di fatto non è così. Nell’ora stessa del trionfo della tecnica e dei suoi effetti giganteschi sulla produzione economica, è l’uomo che concentra su se stesso l’attenzione del filosofo, del sociologo e del politico. Perché non c’è in definitiva vera ricchezza che quella dell’uomo.

Strumento e metodo: far collaborare le tre forze sociali. Sulla vostra strada, gli ostacoli da rimuovere e le difficoltà da superare non mancano. Ma voi l’avevate previsto, e per farvi fronte siete ricorsi ad uno strumento e ad un metodo che potrebbero bastare da soli per l’apologia della vostra istituzione. Il vostro strumento originale ed organico è di far convergere le tre forze che sono all’opera nella dinamica umana del lavoro moderno: gli uomini di governo, gli imprenditori e i lavoratori. E il vostro metodo - ormai tipico paradigma -, è di armonizzare queste tre forze, di farle non più opporsi (tra di loro), ma concorrere «in una collaborazione coraggiosa e feconda» (Allocuzione di Pio XII al Consiglio di Amministrazione del BIT., 19 novembre 1954), in un costante dialogo per lo studio e la soluzione di problemi sempre rinascenti e continuamente rinnovati.

Scopo: la pace universale, per mezzo della giustizia sociale. Questa concezione moderna ed eccellente è degna di sostituire definitivamente quella che ha infelicemente dominato la nostra epoca: concezione dominata dall’efficacia ricercata attraverso agitazioni troppo spesso generatrici di nuove sofferenze e di nuove rovine, rischiando così di annullare, invece di consolidare, i risultati ottenuti a prezzo di lotte più d’una volta drammatiche. Bisogna proclamarlo solennemente: i conflitti del lavoro non saprebbero trovare il loro rimedio in disposizioni imposte artificiosamente, che privano fraudolentemente il lavoratore e tutta la sua comunità sociale della loro prima ed inalienabile prerogativa umana, la libertà. Essi non saprebbero più trovarlo del resto in situazioni che risultano dal solo e libero giuoco - come si dice - del determinismo dei fattori economici. Simili rimedi possono avere le apparenze della giustizia, ma non ne hanno l’umana realtà. È solo comprendendo le ragioni profonde di questi conflitti e venendo incontro alle giuste rivendicazioni che esprimono, che voi ne prevenite l’esplosione drammatica e ne evitate le conseguenze rovinose. Con Albert Thomas, ridiciamolo: «Il sociale dovrà vincere l’economico».

Un’opera ogni giorno più urgente: il grido dell'umanità sofferente. In quest’ora contrastata della storia dell’umanità, piena di pericoli, ma ripiena di speranza, è a voi che spetta, in larga parte, costruire la giustizia, e così assicurare la pace. No, Signori, non credete la vostra opera finita, essa al contrario diviene ogni giorno più urgente. Quanti mali - e quali mali! - quante deficienze, abusi, ingiustizie, sofferenze, quanti pianti si levano ancora dal mondo del lavoro! PermetteteCi di essere davanti a voi l’interprete di tutti quelli che soffrono ingiustamente, che sono ingiustamente sfruttati, oltraggiosamente dileggiati nei loro corpi e nelle loro anime, avviliti da un lavoro degradante sistematicamente voluto, organizzato, imposto. Ascoltate questo grido di dolore che continua a salire dall’umanità sofferente!

Proclamare i diritti e farli rispettare. Coraggiosamente, instancabilmente, lottate contro gli abusi sempre rinascenti e le ingiustizie continuamente rinnovate, costringete gli interessi particolari a sottomettersi alla visione più ampia del bene comune, adattate le vecchie disposizioni ai nuovi bisogni: suscitatene nuove, impegnate le nazioni a ratificarle, e adoperate i mezzi per farle rispettare, perché, bisogna ripeterlo: «sarebbe vano proclamare dei diritti, se non si mettesse contemporaneamente tutto in opera per assicurare il dovere di rispettarli, da tutti, dappertutto e per tutti» (Messaggio alla Conferenza internazionale dei diritti dell’uomo a Teheran, 15 aprile 1968).

Difendere l’uomo contro se stesso. Osiamo aggiungerlo: è contro l’uomo che dovete difendere l’uomo, l’uomo minacciato di non essere altro che una parte di se stesso, ridotto, come si è detto, a una sola dimensione (cfr. per es. H. Marcuse, L’uomo a una dimensione). Bisogna ad ogni prezzo impedirgli di non essere che il fornitore meccanizzato di una macchina cieca, divoratrice della parte migliore di lui stesso, o di uno Stato che cerca di asservire tutte le energie al suo solo servizio. È l’uomo che dovete proteggere, un uomo travolto dalle forze formidabili che egli mette in opera e come inghiottito dal progresso gigantesco del suo lavoro, un uomo trascinato dallo slancio irresistibile delle sue invenzioni, e come stordito dal contrasto crescente tra il prodigioso aumento dei beni messi a sua disposizione, e la loro ripartizione così facilmente ingiusta tra gli uomini e tra i popoli.

Dall’avere di più all’essere di più: la partecipazione. Dominando tutte le forze dissolvitrici di contestazione e di babelizzazione, è la città degli uomini che bisogna costruire, una città il cui solo cemento durevole è l’amore fraterno, tra le razze e i popoli, come tra le classi e le generazioni. Attraverso i conflitti che dilaniano il nostro tempo, è, più che una rivendicazione di avere, un desiderio legittimo di essere che si afferma sempre più (cfr. Populorum progressio, nn. 1 e 8). Voi avete da cinquant’anni tessuto una trama sempre più fitta di disposizioni giuridiche che proteggono il lavoro degli uomini, delle donne, dei giovani, e gli assicurano una conveniente retribuzione.).

Il diritto dei popoli allo sviluppo. È necessario anche che voi assicuriate la partecipazione di tutti i popoli alla costruzione del mondo, e vi preoccupiate da adesso dei meno favoriti, come ieri avevate per prima cura le categorie sociali più sfavorite. Il che significa che la vostra opera legislativa deve proseguire arditamente, e impegnarsi su strade risolutamente nuove, che assicurino il diritto solidale dei popoli al loro sviluppo integrale, che permettano singolarmente «a tutti i popoli di divenire essi stessi gli artefici del loro destino» (Populorum progressio, n. 65). È una sfida che vi è oggi lanciata all’alba del secondo decennio dello sviluppo. E vostro dovere rilevarlo. Tocca a voi prendere le decisioni che eviteranno la ricaduta di tante speranze e soffocheranno le tentazioni della violenza distruttrice.

 







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