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Benedetto XVI negli Stati Uniti
Dossier Speciale

INTERVISTA AL NUNZIO APOSTOLICO
S.E. MONS. CELESTINO MIGLIORE,
OSSERVATORE PERMANENTE PRESSO LE NAZIONI UNITE

Mons. Celestino MiglioreEccellenza, la Sede Apostolica è presente e lavora da oltre quaranta anni nel sistema ONU, presso la sede del Segretariato generale e dell'Assemblea generale nonché nelle diverse Istituzioni specializzate. In sintesi come si potrebbe descrivere o raccontare il suo contributo specifico?

Nell’ambito dell’ONU, la Santa Sede ha scelto di essere non un membro a pieno titolo, ma osservatore. Il che significa che esercita tutte le funzioni normali dei membri ad eccezione del voto e della partecipazione nella gestione istituzionale e amministrativa dell’organismo.
Essa contribuisce al dibattito sulle grandi questioni come la pace, la sicurezza, lo sviluppo, l’ambiente; i diritti del bambino, della donna, dell’anziano; questioni sociali e altre riguardanti il diritto alla vita; l’informazione, la cultura e la collaborazione delle religioni alla costruzione della pace. Quando la Santa Sede si pronuncia su questi grandi temi, lo fa attingendo al patrimonio della dottrina sociale della Chiesa.
Inoltre, essa segue da vicino i vari negoziati che si intavolano sulle questioni appena accennate ed altre ancora. Perché è importante partecipare nei negoziati dei testi adottati dall’ONU? Perché quelli giuridicamente vincolanti -anche se vincolano solo i Paesi che li ratificano- entrano a far parte della normativa internazionale. Anche i testi con valenza politica creano quella che viene comunemente detta soft law, ma la tendenza di ogni Parlamento nel mondo è quella di legiferare tenendo un occhio su tali indicazioni e pertanto quello che oggi si dichiara all’ONU domani molto facilmente entrerà nelle legislazioni nazionali.
Infine, c’è un terzo aspetto della mia attività dell’ONU che forse è quello che maggiormente assorbe tempo e forze e che offre anche una certa gratificazione. Con un po’ di presunzione, lo chiamerei “dar voce a chi non ha voce”. Ma è proprio così. Quante volte dalle comunità cattoliche, e non solo, sparse nel mondo qualcuno scrive al Papa o va ad incontrarlo ed espone situazioni di guerra o di fame o di violazione dei diritti umani che sembrano non aver né fine né soluzione. A volte si tratta di parlare in nome loro, ma spesso è invece il caso di aiutarli ad incontrare chi può far qualcosa, ad esporre essi stessi, perorare la loro causa con le loro proprie parole e carico di speranza.
 
Una realtà così particolare come la Sede Apostolica, e penso alla sua natura e alla sua missione ecclesiale, come lavora e partecipa all'elaborazione del consenso con altri partners - sto pensando agli Stati e ai loro governi- che sono sostanzialmente entità politiche?

Max Weber soleva dire che le società si compongono essenzialmente di due figure: i re e i profeti. I re sono coloro che debbono prendere decisioni, per quanto talora complesse e scomode; i profeti, per parte loro mantengono desta la coscienza dei re e dei popoli su quei valori senza i quali la società si sfalderebbe. E lo debbono fare, come dice San Paolo, a tempo e fuori tempo. La Santa Sede, avvalendosi delle modalità di partecipazione che la comunità internazionale le riconosce, lavora insieme con i re, facendo leva soprattutto sui valori e le virtù imprescindibili.

In quale misura e con quale impatto sono stati accolti, nelle Nazioni Unite, i tanti temi di riflessione che Papa Benedetto XVI ha proposto all'umanità in questi anni? In concreto, per fare qualche esempio, mi riferisco al ruolo della religione come fattore di pace e collaborazione e alla Chiesa come "una voce della ragione etica".(*)

Indubbiamente, fin dall’inizio del pontificato, Papa Benedetto XVI ha individuato uno dei problemi cruciali del secolo appena iniziato e cioè la crisi fede-ragione, che ha un chiaro riverbero nell’ambito della politica, del sociale e della coesistenza pacifica tra i popoli. Allo stesso tempo egli ha delineato con chiarezza e determinazione le linee direttrici del dialogo interculturale e interreligioso che prendono le mosse dal comune riconoscimento dell’uguale dignità di ogni persona e comunità umana. In questa luce, il vero nodo della questione è il pieno rispetto della libertà religiosa.
Nei documenti e all’interno delle varie iniziative dell’ONU, il ruolo delle religioni in generale appare a volte come una questione culturale e di educazione, altre volte come una questione politico-diplomatica e talora come una questione di sicurezza internazionale, di sviluppo economico e sociale o di diritti. Non sembrano però esistere una vera ipotesi di lavoro ed una strategia per ciascuno di questi aspetti. Non essendoci contenuti e scopi chiari né una partecipazione rappresentativa delle varie espressioni religiose, non sembra che si vada al di là della reazione immediata a problemi emergenti o dell’iniziativa di Paesi e di singoli.
Il contributo che la delegazione della Santa Sede all’ONU si propone di dare va piuttosto nel senso di focalizzare il dibattito su tutti gli aspetti della libertà di religione che coinvolgono governi, società civile, religioni e anche coloro che ritengono la religione un problema ed un ostacolo alla pace e allo sviluppo. 

Dopo le visite di Paolo VI nel 1965 e le due di Papa Giovanni Paolo II nel 1979 e 1995, fra poco ci sarà quella di Papa Benedetto XVI. Quale rilevanza avrà quest'importante visita dal punto di vista della comunità internazionale?

Il Papa viene ricevuto all’ONU soprattutto nella sua veste di grande autorità morale. Egli parlerà in un certo senso al mondo, poiché l’Assemblea Generale è l’ambito nel quale tutti i Paesi del mondo sono rappresentati e si ritrovano idealmente uniti. Mai come oggi, in un clima generalizzato di frammentazione culturale e di deriva della politica, la gente si rivolge verso le autorità morali per trovare motivi di speranza e di fiducia. Ed è appunto all’insegna del motto “Cristo nostra speranza” che il Santo Padre ha impostato il suo imminente viaggio apostolico.

NOTE:

(*) Testo dell'allocuzione che il Santo Padre Benedetto XVI avrebbe pronunciato nel corso della Visita all’Università degli Studi "La Sapienza" di Roma, prevista per il 17 gennaio 2008, poi annullata due giorni prima, il 15 gennaio.

 







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