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Benedetto XVI negli Stati Uniti
Dossier Speciale

Il servizio che la Chiesa desidera rendere alla vera dignità dell'uomo, di P. Andrzej Koprowski S.J., Direttore dei Programmi

 

Papa Benedetto XVI è il terzo pontefice che visita gli Stati Uniti d’America e la Sede delle Nazioni Unite dopo Paolo VI e Giovanni Paolo II. Il suo pellegrinaggio, dopo quello del 1965 (Paolo VI) e i sette di Giovanni Paolo II, sarà il nono di un Papa in territorio statunitense. Dall’altra parte, il suo Messaggio all’Assemblea generale dell’ONU, sarà il quarto pronunciato da un pontefice dalla più alta tribuna della comunità internazionale. Precedentemente lo fecero, per primo, Paolo VI nel 1965 e poi Giovanni Paolo II nel 1979 e nel 1995. Le parole di Benedetto XVI saranno ascoltate dai Rappresentanti di 192 Nazioni attualmente membri dell’ONU. Al momento della sua nascita l’ONU contava 51 membri. Quando parlò Paolo VI, quarantatrè anni fa, erano già 117. Dall’ultimo intervento di Giovanni Paolo II, nel 1995, quando le Nazioni dell’organizzazione mondiale erano 185, altri sette Paesi si sono affacciati come entità autonome sulla scena internazionale.
Nelle seppur diverse due dimensioni di questo VIII viaggio apostolico del Santo Padre - da un lato l’incontro con il corpo ecclesiale statunitense, in particolare con i fedeli delle arcidiocesi di Washington e New York, e dall’altro, quello con le Nazioni e i popoli dell’ONU - appare evidente il filo conduttore del pellegrinaggio. Al centro c’è l’annuncio delle verità del Vangelo e sull’uomo sia alla Chiesa cattolica locale - chiamata ad essere confermata e rinnovata nella sua fede - che alle società e culture di tutti i Paesi che lavorano attorno al Sistema ONU, in mezzo a non pochi gravi ostacoli, per raggiungere superiori e migliori gradi di convivenza pacifica e reciproca collaborazione.

La dignità e i diritti della persona umana

“Giustamente - ha detto Benedetto XVI parlando della missione dell’ONU - la nostra società ha incastonato la grandezza e la dignità della persona umana in diverse dichiarazioni dei diritti, formulate a partire dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, adottata giusto sessant’anni fa. Questo atto solenne è stato, secondo l’espressione di Papa Paolo VI, uno dei più grandi titoli di gloria delle Nazioni Unite”. La Chiesa cattolica, ha aggiunto il Papa, “si impegna affinché i diritti dell’uomo siano non solamente proclamati, ma applicati”, ovunque, e “bisogna augurarsi che gli organismi, creati per la difesa e la promozione dei diritti dell’uomo, consacrino tutte le proprie energie a tale scopo e, in particolare, che il Consiglio dei Diritti dell’Uomo sappia rispondere alle attese suscitate per la sua creazione. La Santa Sede, per parte sua, non si stancherà di riaffermare tali principi e tali diritti fondati su ciò che è permanente ed essenziale alla persona umana. È un servizio che la Chiesa desidera rendere alla vera dignità dell'uomo, creato ad immagine di Dio”.(1)

Trasparenza della ragione umana alla Ragione creatrice

Perché il Santo Padre ha sottolineato ciò che chiama «vera dignità dell’uomo»? Poiché - diceva nel 2007 rivolgendosi alla Commissione Teologica internazionale - “a motivo dell'influsso di fattori di ordine culturale e ideologico, la società civile e secolare oggi si trova in una situazione di smarrimento e di confusione: si è perduta l'evidenza originaria dei fondamenti dell'essere umano e del suo agire etico e la dottrina della legge morale naturale si scontra con altre concezioni che ne sono la diretta negazione”. Questo «smarrimento» e questa «confusione» hanno “enormi e gravi conseguenze nell'ordine civile e sociale” secondo Benedetto XVI, che così spiega la sua preoccupazione: “Presso non pochi pensatori sembra oggi dominare una concezione positivista del diritto. Secondo costoro, l'umanità, o la società, o di fatto la maggioranza dei cittadini, diventa la fonte ultima della legge civile. Il problema che si pone non è quindi la ricerca del bene, ma quella del potere, o piuttosto dell'equilibrio dei poteri. Alla radice di questa tendenza vi è il relativismo etico, in cui alcuni vedono addirittura una delle condizioni principali della democrazia, perché il relativismo garantirebbe la tolleranza e il rispetto reciproco delle persone. Ma se fosse così, sottolinea il Santo Padre, la maggioranza di un momento diventerebbe l’ultima fonte del diritto. La storia dimostra con grande chiarezza che le maggioranze possono sbagliare. La vera razionalità non è garantita dal consenso di un gran numero, ma solo dalla trasparenza della ragione umana alla Ragione creatrice e dall’ascolto comune di questa Fonte della nostra razionalità”. (2)

Partecipare alla Ragione eterna di Dio

Ciò che sta a cuore al Papa e alla Chiesa è l’uomo e dunque il suo “essere sociale”, la società, la “famiglia delle nazioni”, e perciò sottolinea Benedetto XVI, “quando sono in gioco le esigenze fondamentali della dignità della persona umana, della sua vita, dell'istituzione familiare, dell'equità dell'ordinamento sociale, cioè i diritti fondamentali dell'uomo, nessuna legge fatta dagli uomini può sovvertire la norma scritta dal Creatore nel cuore dell'uomo, senza che la società stessa venga drammaticamente colpita in ciò che costituisce la sua base irrinunciabile”.(3) Di fronte a una tale prospettiva, Benedetto XVI afferma che solo la legge naturale può essere “la vera garanzia offerta ad ognuno per vivere libero e rispettato nella sua dignità, e difeso da ogni manipolazione ideologica e da ogni arbitrio e sopruso del più forte. Nessuno può sottrarsi a questo richiamo”.(4)
Perciò l’appello del Papa si fa impellente quando afferma: “Se per un tragico oscuramento della coscienza collettiva, lo scetticismo e il relativismo etico giungessero a cancellare i principi fondamentali della legge morale naturale, lo stesso ordinamento democratico sarebbe ferito radicalmente nelle sue fondamenta”.(5) E con lo sguardo sul futuro ma anche sul passato ammonisce: “Contro questo oscuramento, che è crisi della civiltà umana, prima ancora che cristiana, occorre mobilitare tutte le coscienze degli uomini di buona volontà, laici o anche appartenenti a religioni diverse dal Cristianesimo, perché insieme e in modo fattivo si impegnino a creare, nella cultura e nella società civile e politica, le condizioni necessarie per una piena consapevolezza del valore inalienabile della legge morale naturale. Dal rispetto di essa infatti dipende l’avanzamento dei singoli e della società sulla strada dell’autentico progresso in conformità con la retta ragione, che è partecipazione alla Ragione eterna di Dio”.(6)

L’autentico progresso in conformità con la retta ragione

· La solidarietà. Oltre alla dignità della persona e alla legge morale naturale, alla base di un qualsiasi vero ordinamento della famiglia umana che meriti di essere ritenuto tale, Benedetto XVI pone anche altre due questioni non meno pressanti: da un lato la solidarietà e dall’altro la speranza, vie maestre per l’autentico progresso dei singoli e delle società, “in conformità con la retta ragione”.
Nella sua lettera al Cancelliere della Germania, signora Angela Merkel, prima del Vertice del G8 del 2007(7), il Santo Padre, riflettendo sulla povertà nel mondo - uno dei temi dell’agenda – ha precisato che si tratta di “una tematica, che merita la massima attenzione e priorità a vantaggio degli Stati poveri come anche di quelli ricchi” e ha rinnovato la preoccupazione della Santa Sede “per la incapacità dei Paesi ricchi di offrire ai Paesi più poveri, in particolare a quelli dell'Africa, adeguate condizioni finanziarie e commerciali che renderebbero possibile la promozione di un loro sviluppo duraturo”. Il Santo Padre ha poi aggiunto che la Sede Apostolica “ha sottolineato ripetutamente che i Governi dei Paesi più poveri hanno, da parte loro, la responsabilità della good governance e dell'eliminazione della povertà, che però in ciò è irrinunciabile un'attiva collaborazione da parte dei partner internazionali. Qui non si tratta di un compito straordinario o di concessioni che potrebbero essere rimandate a causa di pressanti interessi nazionali. Esiste piuttosto un dovere morale grave e incondizionato, basato sulla comune appartenenza alla famiglia umana così come sulla comune dignità e destino dei Paesi poveri e dei Paesi ricchi che, mediante il processo di globalizzazione, si sviluppano in modo sempre più strettamente interconnesso”(8).
        Nel magistero di Benedetto XVI riecheggiano insegnamenti di Giovanni Paolo II il quale a più riprese ha sottolineato che il “processo dello sviluppo e della liberazione si concreta in esercizio di solidarietà, ossia di amore e servizio al prossimo, particolarmente ai più poveri”(9). “Per essere tale - dice Giovanni Paolo II nella “Sollicitudo Rei Socialis” - lo sviluppo deve realizzarsi nel quadro della solidarietà e della libertà, senza sacrificare mai l'una e l'altra per nessun pretesto. Il carattere morale dello sviluppo e la sua necessaria promozione sono esaltati quando c'è il più rigoroso rispetto di tutte le esigenze derivanti dall'ordine della verità e del bene, propri della creatura umana”.(10)
        Sono insegnamenti che danno alla solidarietà la forza della speranza, presentandola non solo come un sentimento doveroso ma anche come uno strumento concreto per dare corpo e vita al bene comune. Nella “Centesimus annus”, Papa Giovanni Paolo II è perentorio: “Quando non riconosce il valore e la grandezza della persona in se stesso e nell'altro, l'uomo di fatto si priva della possibilità di fruire della propria umanità e di entrare in quella relazione di solidarietà e di comunione con gli altri uomini per cui Dio lo ha creato”.(11)

· La speranza.
L’insieme di queste riflessioni di Papa Benedetto XVI trovano una prospettiva finale nella sua Enciclica “Spe salvi”, dove il Santo Padre ci ricorda che ogni piccola o grande speranza umana può essere coronata solo in Dio, fondamento della speranza. “Le buone strutture aiutano, ma da sole non bastano. L'uomo non può mai essere redento semplicemente dall'esterno”, sottolinea(12). E poi incalza: “La scienza può contribuire molto all'umanizzazione del mondo e dell'umanità. Essa però può anche distruggere l'uomo e il mondo, se non viene orientata da forze che si trovano al di fuori di essa”. In Brasile, il Santo Padre, aveva già parlato di un’altra illusione. “Tanto il capitalismo quanto il marxismo promisero – ha ricordato il Papa - di trovare la strada per la creazione di strutture giuste ed affermarono che queste, una volta stabilite, avrebbero funzionato da sole; affermarono che non solo non avrebbero avuto bisogno di una precedente moralità individuale, ma che esse avrebbero promosso la moralità comune”.(13)
“Non è la scienza che redime l'uomo”,(14) dunque, ma neanche l’ideologia. Perciò la Chiesa non si stanca di annunciare la “speranza cristiana” e così essa si rivolge al profondo di ogni essere umano nonché all’intera famiglia dei popoli e delle nazioni, convinta della verità di cui è depositaria: “L'uomo viene redento mediante l'amore”, (…) “amore incondizionato”.(15) “Se esiste questo amore assoluto, con la sua certezza assoluta, allora – soltanto allora – l'uomo è «redento», qualunque cosa gli accada nel caso particolare”, scrive Benedetto XVI e poi spiega: “È questo che si intende, quando diciamo: Gesù Cristo ci ha «redenti». Per mezzo di Lui siamo diventati certi di Dio – di un Dio che non costituisce una lontana «causa prima» del mondo, perché il suo Figlio unigenito si è fatto uomo e di Lui ciascuno può dire: «Vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20)”.(16)

· La libertà.
Allora, domanda il Papa, "che cosa possiamo sperare? E che cosa non possiamo sperare?”(17) Le sue risposte riprendono il filo conduttore dei suoi insegnamenti sul progresso e il libero arbitrio. “Innanzitutto dobbiamo costatare - scrive il Santo Padre - che un progresso addizionabile è possibile solo in campo materiale. Qui, nella conoscenza crescente delle strutture della materia e in corrispondenza delle invenzioni sempre più avanzate, si dà chiaramente una continuità del progresso verso una padronanza sempre più grande della natura. Nell'ambito invece della consapevolezza etica e della decisione morale, non c'è una simile possibilità di addizione per il semplice motivo che la libertà dell'uomo è sempre nuova e deve sempre nuovamente prendere le sue decisioni. Non sono mai semplicemente già prese per noi da altri – in tal caso, infatti, non saremmo più liberi”.(18) Il Papa prosegue: “La libertà presuppone che nelle decisioni fondamentali ogni uomo, ogni generazione sia un nuovo inizio. Certamente, le nuove generazioni possono costruire sulle conoscenze e sulle esperienze di coloro che le hanno precedute, come possono attingere al tesoro morale dell'intera umanità. Ma possono anche rifiutarlo, perché esso non può avere la stessa evidenza delle invenzioni materiali. Il tesoro morale dell'umanità non è presente come sono presenti gli strumenti che si usano; esso esiste come invito alla libertà e come possibilità per essa”.(19)

· Il compito delle generazioni.
Per Papa Benedetto XVI, dalle riflessioni precedenti, appare incontestabile che il “benessere morale del mondo” (…) “non può mai essere garantito semplicemente mediante strutture, per quanto valide esse siano” (…) “e poiché la sua libertà è sempre anche fragile, non esisterà mai in questo mondo il regno del bene definitivamente consolidato”.(20)
“Chi promette il mondo migliore – è il monito di Benedetto XVI - che durerebbe irrevocabilmente per sempre, fa una promessa falsa; egli ignora la libertà umana. La libertà deve sempre di nuovo essere conquistata per il bene. La libera adesione al bene non esiste mai semplicemente da sé. Se ci fossero strutture che fissassero in modo irrevocabile una determinata – buona – condizione del mondo, sarebbe negata la libertà dell'uomo, e per questo motivo non sarebbero, in definitiva, per nulla strutture buone”.(21) Infine, il Papa sottolinea: “Anche le strutture migliori funzionano soltanto se in una comunità sono vive delle convinzioni che siano in grado di motivare gli uomini ad una libera adesione all'ordinamento comunitario. La libertà necessita di una convinzione; una convinzione non esiste da sé, ma deve essere sempre di nuovo riconquistata comunitariamente”.(22)
“Conseguenza di quanto detto - conclude Benedetto XVI le sue riflessioni su libertà e progresso - è che la sempre nuova faticosa ricerca di retti ordinamenti per le cose umane è compito di ogni generazione; non è mai compito semplicemente concluso. Ogni generazione, tuttavia, deve anche recare il proprio contributo per stabilire convincenti ordinamenti di libertà e di bene, che aiutino la generazione successiva come orientamento per l'uso retto della libertà umana e diano così, sempre nei limiti umani, una certa garanzia anche per il futuro”(23).

La libertà religiosa e la diplomazia vaticana

Il bene integrale della persona e della società, di tutti gli uomini e di tutte le comunità, è il centro della diplomazia della Santa Sede. “Vale davvero la pena di ricordare che gli interessi che la Chiesa e la Santa Sede perseguono non sono dei vantaggi propri: esse cercano solo il vero bene dell'uomo e dell'umanità, perché sanno, come ricorda S. Ireneo, che «l'uomo vivente è la gloria di Dio». Ma, allo stesso tempo la Chiesa ricorda all'umanità che "la vita dell'uomo è la visione di Dio". (Adv. haer, IV, 20, 7). Lo fa, da un lato, svolgendo la sua missione di insegnamento, santificazione e guida dei battezzati, e, dall'altro, promuovendo ovunque quel diritto fondamentale, che è il diritto alla libertà religiosa, che consente ad ogni persona di cercare e incontrare liberamente Colui che è la fonte della vita”.(24)
        Nell’intervista contenuta in questo testo, l’arcivescovo Celestino Migliore, Nunzio Apostolico, Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’ONU, precisa che “nell’ambito dell’ONU, la Santa Sede ha scelto di essere non un membro a pieno titolo, ma osservatore. Il che significa che esercita tutte le funzioni normali dei membri ad eccezione del voto e della partecipazione nella gestione istituzionale e amministrativa dell’organismo. Essa contribuisce al dibattito sulle grandi questioni come la pace, la sicurezza, lo sviluppo, l’ambiente; i diritti del bambino, della donna, dell’anziano; questioni sociali e altre riguardanti il diritto alla vita; l’informazione, la cultura e la collaborazione delle religioni alla costruzione della pace. Quando la Santa Sede si pronuncia su questi grandi temi, lo fa attingendo al patrimonio della dottrina sociale della Chiesa”.
È chiaro che, nell’ambito della “collaborazione delle religioni alla costruzione della pace”, le Nazioni Unite hanno davanti, da percorrere, ancora un lungo cammino, ma la sfida è ineludibile. Non è concepibile una autentica convivenza pacifica senza il dialogo interreligioso, in particolare con quelle società che fanno riferimento all‘Islam e nelle quali vive almeno il 21% della popolazione mondiale.(25) La specificità del dialogo interreligioso, però, può trovare nell’ONU uno stimolo creativo solo se si abbandona il pregiudizio che vorrebbe ridurre la fede a “fatto privato”. “Sono convinto – ha detto recentemente il cardinale Angelo Scola - che negare alle religioni ogni rilevanza pubblica in una società democratica plurale sia una posizione debole, che non regge la prova di un sereno vaglio critico. E lo dico non perché sono credente, ma perché voglio affrontare rigorosamente il problema. Va anche detto, tra parentesi, che l'Islam non potrà mai accettare la logica dei diritti fondamentali e delle democrazie sulla base della riduzione privatistica della dimensione religiosa”.(26)
Si potrebbe dire, con un’espressione giornalistica, che il cardinale Scola “mette il dito nella piaga”. Un problema centrale nella costruzione della pace e della convivenza è, oggi, la laicità che troppe volte e con pericolosa disinvoltura appare come sinonimo di “antireligioso”. “Questo spiega la forte diffidenza con cui altri popoli, soprattutto quelli dell'Islam, - sottolinea il card. Scola - guardano ad operazioni volte a proporre una democrazia fondata su una simile «laicità» quale condizione «indispensabile» per accedere ai presunti benefici influssi della modernità”.(27) Una tale impostazione non danneggia solo i credenti e impone loro una rinuncia inaccettabile. Una laicità così malintesa comporta anche un danno gravissimo alle pluralità di società e culture esistenti e, dunque, all’intero sistema di rapporti creativi tra civiltà, nazioni e popoli; in definitiva allo spirito e al ruolo dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.
La libertà religiosa, intesa in modo integrale, sia nella sua dimensione giuridica sia in quella pratica, non può essere lasciata fuori dalle porte dell’ONU, poiché “è condizione prima e indispensabile della pace. E non si può dire che la pace sia presente là dove questo fondamentale diritto non sia garantito”.(28) Questa libertà, premessa e garanzia di tutte le libertà, non riguarda le religioni di maggioranza o di minoranza, perché è un diritto inalienabile e irrinunciabile di ogni persona umana e perciò è una libertà insita nella natura comunitaria delle relazioni interpersonali.
Stato, società e persona, benché realtà intimamente collegate, sono al tempo stesso diverse e separabili, ed è proprio quest’unità nella diversità ciò che, guardando al futuro, potrebbe dare una riposta alla questione. Occorre muoversi “verso la configurazione di una sfera pubblica plurale e religiosamente qualificata, in cui le religioni svolgano un ruolo di soggetto pubblico”, è l’auspicio del cardinale Angelo Scola che poi spiega: “Da parte del potere politico si tratta di superare il rapporto di tolleranza passiva nei confronti delle religioni a vantaggio di un atteggiamento di «attiva apertura», che non riduca la rilevanza pubblica della religione agli spazi concordatari con lo Stato”. (29)
Questa dinamica, augurabile e necessaria, da sola però non è sufficiente a far sì che la libertà religiosa, “diritto di ogni uomo e dono per tutti gli uomini”(30), possa essere il fondamento ultimo e più solido della pace. Perciò, il cardinale Scola aggiunge che “da parte delle religioni è necessario abbandonare autointerpretazioni di tipo privatistico o fondamentalista per creare il terreno di un interscambio diretto con le altre religioni e le altre culture; uno spazio di dialogo in cui le religioni possono giocare il loro ruolo nel discorso pubblico sui valori di civiltà ed esprimere il loro giudizio storico”. (31)
Dalla libertà religiosa, correttamente usata, non c’è nulla da temere. Essa ci parla dal più intimo di ogni persona, dalla sua coscienza, “sacrario inviolabile”, e ci racconta la sua tensione verso il Creatore alla ricerca del senso ultimo della vita e della morte. “La fede sincera, infatti, non divide gli uomini, ma li unisce, pur nelle loro differenziazioni. Niente come la fede ci ricorda che, se abbiamo un solo Creatore, siamo anche tutti fratelli”.(32)
La sintesi e conclusione possono riassumersi nelle parole di Benedetto XVI: “Consapevole di ciò, la Chiesa si fa paladina dei diritti fondamentali di ogni persona. In particolare, essa rivendica il rispetto della vita e della libertà religiosa di ciascuno. Il rispetto del diritto alla vita in ogni sua fase stabilisce un punto fermo di decisiva importanza: la vita è un dono di cui il soggetto non ha la completa disponibilità. Ugualmente, l'affermazione del diritto alla libertà religiosa pone l'essere umano in rapporto con un Principio trascendente che lo sottrae all'arbitrio dell'uomo. Il diritto alla vita e alla libera espressione della propria fede in Dio non è in potere dell'uomo. La pace ha bisogno che si stabilisca un chiaro confine tra ciò che è disponibile e ciò che non lo è: saranno così evitate intromissioni inaccettabili in quel patrimonio di valori che è proprio dell'uomo in quanto tale”.(33)

NOTE:
(1) Benedetto XVI, Ai Membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, per la presentazione degli auguri per il nuovo anno, 7 gennaio 2008.

(2) Benedetto XVI, Ai membri della Commissione Teologica Internazionale, 5 ottobre 2007.

(3) Ibidem.

(4) Ibidem.

(5) Ibidem.

(6) Ibidem.

(7) Vertice del G8 – 2007 - giugno - 8 giugno 2007 ad Heiligendamm (Germania Federale).

(8)   Benedetto XVI, Lettera al Cancelliere Angela Merkel, 16 dicembre 2006.

(9)   Giovanni Paolo II, Sollicitudo Rei Socialis. Conclusione. 30 Dicembre 1987.

(10)  Ibidem. N° 33.

(11)  Giovanni Paolo II. Centesimus Annus, N° 41. 1° Maggio 1991.

(12)  Benedetto XVI, Spe salvi,  N° 25. 30 novembre 2007.

(13) Benedetto XVI, Discorso di apertura della V Conferenza generale degli episcopati latinoamericani, 13 maggio 2007.

(14) Benedetto XVI, Spe salvi,  N° 26, 30 novembre 2007.

(15) Ibidem.

(16) Ibidem.

(17) Ibidem, N° 24

(18) Ibidem.

(19) Ibidem.

(20) Ibidem.

(21) Ibidem.

(22) Ibidem

(23) Ibidem, N° 25.

(24) Card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato alla presentazione dei volumi "Le Nunziature apostoliche dal 1800 al 1956" e "Rappresentanze e rappresentanti pontifici dalla seconda metà del secolo XX". Roma, 22 febbraio 2007.

(25) I fedeli musulmani erano 1.196.451.000 nel 2000 e alla fine del 2006 erano 1.339.392.000. (Fonte: "International Bullettin of Missionary Research" - gennaio 2006).

(26) Card. Angelo Scola, Patriarca di Venezia. "Il cristianesimo, una risorsa per il futuro dell'Europa". Abbazia benedettina di Santa Scolastica, a Subiaco. 15 marzo 2008.

(27) Ibidem.

(28) Giovanni Paolo II, Discorso ai Cardinali e alla Curia Romana. 22 dicembre 1981.

(29) Card. Angelo Scola. Ibidem.

(30) Giovanni Paolo II. Messaggio alla Nazione albanese. Tirana. 25 aprile 1993.

(31) Card. Angelo Scola. Ibidem.

(32) Giovanni Paolo II. Messaggio alla Nazione albanese. Tirana. 25 aprile 1993.

(33) Benedetto XVI. Messaggio per la Giornata mondiale della pace del 1° gennaio 2007.

 







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