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Charlie: forti perplessità sui motivi legali per non trasferirlo

Charlie Gard con i suoi genitori - RV

Charlie Gard con i suoi genitori - RV

Continua a commuovere la vicenda di Charlie Gard. L’ospedale Bambino Gesù si è offerto di accoglierlo ma il ministro degli Esteri britannico Johnson ha definito “impossibile” il trasferimento a Roma per motivi legali nel corso di una telefonata con il ministro degli Interni italiano, Alfano. La gente, però, per le strade e sulla Rete non si ferma e continua a chiedere, senza sosta, che a Charlie non vengano staccati i macchinari che lo tengono in vita. Il servizio di Debora Donnini:

La maratona per salvare Charlie continua. Una valanga di post e di tweet chiedono che Charlie possa vivere. E’ stato creato anche l’hastag #QUEEN4CHARLIE: molte infatti sono, infatti, le richieste rivolte alla Famiglia reale. Anche per le strade e le piazze la gente si mobilita con momenti di preghiera e manifestazioni. Oggi pomeriggio ne è prevista una, a Londra, davanti al n.10 di Downing Street, sede del governo del Regno Unito e residenza del primo ministro, Theresa May. Domani sarà Roma, invece, ad ospitare una manifestazione vicino al Colosseo.

Al bimbo inglese di 10 mesi malato di una rara malattia genetica, contro il volere dei genitori, l’ospedale Great Ormond Street di Londra ha deciso di staccare le macchine appoggiandosi anche a tre sentenze britanniche e a quella della Corte europea dei diritti dell’uomo. I genitori volevano portarlo negli Stati Uniti per una terapia sperimentale ma è stata scartata questa ipotesi perché secondo l’ordinamento britannico non sarebbe nell’interesse del minore, in quanto non sarebbe comprovata l’efficacia di tale terapia.

Una quarantina di deputati dell’Europarlamento hanno, intanto, scritto una lettera-denuncia esprimendo pieno appoggio ai genitori del bimbo, che chiedono di curare sino alla fine il figlio, come richiesto anche da Papa Francesco. Parlano di un oltraggio che infrange i valori fondamentali dell’Europa, in particolare il diritto alla vita, alla dignità umana e all’integrità personale.

L'ospedale inglese, però, fa sapere che potrebbe accettare  il trasferimento "solo se il Bambino Gesù fosse disposto a eseguire la sentenza della Corte Suprema" che ha ordinato di staccare la spina al piccolo Charlie. Un’ipotesi "inaccettabile" ha detto la presidente del Bambino Gesù, Mariella Enoc, la quale ha confermato che i medici dell’ospedale pediatrico sono al lavoro con altri esperti internazionali per mettere a punto un protocollo di trattamento sperimentale per il bimbo. La premier britannica Theresa May si è comunque detta fiduciosa che l’ospedale di Londra, dove Charlie Gard è ricoverato, valuterà ogni proposta di aiuto. Alberto Gambino, presidente di Scienza e Vita e giurista, dice di non comprendere i motivi legali per i quali Charlie non possa essere portato in Italia presso l’ospedale Bambino Gesù in quanto, agli atti processuali, la sentenza dell’Alta Corte afferma che trasportare Charlie negli Stati Uniti sarebbe  problematico ma possibile:

R. – La sentenza dice che teoricamente un trasferimento del piccolo Charlie in una struttura – nel caso, nordamericana – sarebbe possibile, anche se difficoltoso; lo impedisce perché ritiene che negli Stati Uniti la terapia che era stata proposta sia totalmente inefficace. Ora emerge un fatto nuovo, che invece c’è una possibilità di accudire, curare – forse anche attraverso una terapia, ma questo è da vedere – in una struttura diversa, in Italia, al Bambino Gesù, e su questo la Corte inglese non è entrata nel merito, e cioè non ha fatto la valutazione se invece quest’altra offerta possa rappresentare – nel migliore interesse del minore – un’alternativa al distacco del respiratore. Allora non si può dire che poiché la Corte inglese ha detto che quella terapia negli Stati Uniti è inefficace, a questo punto al bambino dev’essere comunque staccato il respiratore, perché se invece si trova un’altra possibilità di cura che consente – nell’interesse del bambino – di lenire le sofferenze, magari di non averne per niente e magari di allungare la vita in modo anche qualitativamente e affettivamente con la vicinanza dei genitori, qui c’è un altro concetto di dignità, anche del bambino, che va preso in considerazione.

D. – In un articolo pubblicato sul “La Stampa”, il giurista Carlo Rimini sottolinea anche che la sentenza dice che i medici dell’ospedale che ha in cura il bambino non escludono che egli possa provare dolore. Se il fatto che possa provare dolore è solo un’ipotesi, non sarebbe – secondo il giurista – giustificata la limitazione della responsabilità genitoriale. L’autorità giudiziaria infatti può limitare la responsabilità genitoriale solo se i genitori prendono decisioni pregiudizievoli per il figlio. E’ d’accordo con la valutazione di Carlo Rimini?

R. – Sì, sono d’accordo, perché la decisione fa leva su un calcolo probabilistico, invece in questo caso è richiesta – trattandosi di vita di un essere umano – la certezza della sofferenza, perché bisogna sempre andare verso la strada della salvaguardia del migliore interesse, che è quella per la vita; solo quando si ha la certezza giuridica della sofferenza, e non la probabilità, la possibilità – come dicono i giudici inglesi – allora e solo in quel caso si può ritenere che davanti a un presidio sanitario che prolunghi questa sofferenza ci si possa trovare davanti a un accanimento terapeutico. Non si può optare, in questo caso, per l’interruzione della vita umana.

D. – Quindi secondo lei ci sono degli spiragli legali?

R. – Ci sono spiragli legali soprattutto perché i giudici inglesi dicono espressamente nella sentenza che per altri casi come questo non bisogna ricorrere alla giustizia, ma bisogna trovare un accordo tra la struttura sanitaria e i familiari. Questo è importantissimo, perché davanti a un fatto nuovo – e quindi non alla terapia statunitense, ma alla cura del Bambino Gesù con dei protocolli diversi - i giudici dovrebbero rientrare, a questo punto, nella valutazione ma poiché i giudici stessi dicono che non vogliono rientrare ma che preferiscono che tutto questo venga stabilito convenzionalmente tra la struttura sanitaria di origine – quella inglese – e i genitori, stanno invitando, in questo caso, a trovare un accordo. Il giudice nelle ultime quattro righe del primo grado dice sostanzialmente: Adesso ho deciso così, ma mi raccomando, su situazioni così delicate dovete fare tutti gli sforzi – parla proprio di sforzi – per trovare un accordo, e quindi si esprime l'auspicio che per altri casi, altre situazioni ci si trovi davanti a un accordo.